Giornata mondiale della Terra: i brand che fanno sul serio con la sostenibilità
Courtesy Moncler Grenoble

Giornata mondiale della Terra: i brand che fanno sul serio con la sostenibilità

di Tiziana Molinu

Dal denim compostabile di Candiani ai piumini senza anatre di Save The Duck, passando per la trasparenza radicale di Veja. In occasione dell’Earth Day, una selezione di nomi che fanno della sostenibilità una pratica quotidiana, non uno slogan stagionale

Il 22 aprile 2026 si celebra la 56ª edizione della Giornata mondiale della Terra. Quest’anno, il tema scelto in Italia è “Torniamo a sognare” , un invito a ripensare il futuro del nostro pianeta con visione e concretezza, partendo da una domanda semplice: come possono funzionare meglio i luoghi in cui viviamo? A livello internazionale, il tema dell’ Earth Day 2026 è altrettanto potente: “Il nostro potere, il nostro pianeta” (Our power, our planet), un messaggio che sottolinea come ogni nostra scelta, compresa quella di cosa indossiamo, possa fare la differenza.

La moda, d’altronde, è tra i settori con il maggiore impatto ambientale. Per questo, scegliere capi di qualità, realizzati con processi etici e materiali innovativi, è un atto di responsabilità. Per l’uomo che compra abiti senza voler diventare un attivista, ma senza nemmeno voler essere complice di un disastro annunciato, abbiamo selezionato dei brand che superano il test del dato concreto. Non sono gli unici, ma sono quelli che, a oggi, mostrano la schiena più dritta e la carta meno patinata. Se anche tu vuoi fare scelte più consapevoli, ecco chi si distingue per un impegno reale, trasparente e spesso pionieristico nel campo della moda sostenibile.

Patagonia

Giornata mondiale della Terra: brand
Courtesy Patagonia

Patagonia continua a essere il parametro di riferimento quando si parla di moda sostenibile. Da sempre in prima linea per la difesa dell’ambiente, l’azienda ha recentemente pubblicato il suo primo “Work in Progress Report” , un documento di “trasparenza radicale” che non nasconde i propri limiti, ma anzi li mette in luce per ispirare un cambiamento nell’intera industria. L’obiettivo dichiarato è raggiungere emissioni nette zero entro il 2040, affiancato dall’impegno costante (attivo dal 1985, quando di green non parlava quasi nessuno) di devolvere l’1% del proprio fatturato a cause ambientali.

Dai dati più recenti emerge un quadro chiaro: nel 2025, l’86% dei prodotti della linea autunnale era realizzato con materiali a basso impatto ambientale. Sempre dal 2025, il 100% dei nuovi modelli viene prodotto senza PFAS aggiunti intenzionalmente, mentre oltre il 90% dei capi esce da fabbriche certificate Fair Trade. A completare il quadro c’è il programma Worn Wear, attivo dal 2017, che promuove riparazione e rivendita dell’usato, allungando concretamente la vita di ogni capo. Altro che moda usa e getta: qui il concept è esattamente l’opposto.

Stella McCartney

Giornata mondiale della Terra
Courtesy Getty Images

Stella McCartney rappresenta l’anomalia virtuosa di un lusso che ha fatto della coerenza etica il proprio tratto distintivo. Il marchio, sin dalla fondazione nel 2001, ha bandito l’uso di pelle, pellicce, piume e colle di origine animale, dimostrando che è possibile creare prodotti desiderabili senza crudeltà. L’ultima collezione primavera/estate 2026, presentata alla Paris Fashion Week, è definita la più sostenibile di sempre: per il 98% realizzata con materiali a basso impatto e al 100% cruelty-free. Tra le innovazioni di punta spiccano FEVVERS, un’alternativa vegetale alle piume che ne replica la leggerezza senza sfruttamento animale, e PURE.TECH, un tessuto in grado di assorbire attivamente gli agenti inquinanti dall’aria.

Oltre l’abbigliamento, il brand ha implementato un sistema di riciclo per le calzature usurate e, per l’Earth Month, ha allestito a Londra l’installazione “Future of Fashion” per presentare al pubblico materiali di nuova generazione come la pelle vegana a base di funghi Hydefy e il filato di alghe Kelsun. Una strategia a tutto tondo che conferma come etica ed estetica (e desiderabilità) non debbano necessariamente escludersi a vicenda.

Moncler

Giornata mondiale della Terra
Courtesy Moncler Grenoble

Moncler ha smesso di essere solo il re dei piumini per diventare un caso di studio su come un colosso del lusso può provare a cambiare passo. Il piano, lanciato nel 2020, si chiama Born to Protect e poggia su obiettivi verificati dalla Science based targets initiative: -70% di emissioni dirette entro il 2030 e Net Zero entro il 2050. Nel 2024 le emissioni scope 1 e 2 sono già scese del 53% rispetto al 2021. Anche alla luce del fatto che tutti gli spazi del gruppo (negozi, uffici, stabilimenti) funzionano al 100% con energia rinnovabile e sono carbon neutral.

Sul fronte materiali, oltre il 50% del nylon e più del 43% del poliestere impiegati sono riciclati. La piuma vergine segue il protocollo DIST, sviluppato internamente nel 2015: tracciabilità totale, nessuna spiumatura da animali vivi, nessuna alimentazione forzata, solo sottoprodotto della filiera alimentare. Dal 2023 è arrivata anche la piuma riciclata R•DIST. Mentre le pellicce sono bandite da tutte le collezioni. A dicembre 2025 Moncler ha ottenuto per il terzo anno di fila il rating A nella Climate “A list” di CDP ed è entrato nel Sustainability Yearbook 2026 di S&P Global. Tra una sfilata ad Aspen e una a Milano, il messaggio è chiaro: anche un brand costruito sul lusso performante può darsi una disciplina ambientale senza perdere un grammo di desiderabilità.

Veja

Veja Giornata mondiale della Terra
Courtesy Veja

Veja ha costruito la propria credibilità sui fatti. Nata nel 2004 senza un euro di budget pubblicitario, l’azienda franco-brasiliana ha raggiunto oltre 245 milioni di fatturato e 4 milioni di paia prodotti all’anno puntando tutto sulla filiera. La gomma selvatica viene acquistata direttamente dai seringueiros dell’Amazzonia, pagata fino a 5 volte il prezzo di mercato (25 real al chilo, prezzo che disincentiva la deforestazione e sostiene le comunità locali). Stesso approccio per il cotone: oltre 1.800 tonnellate acquistate a 29 real al chilo, tre volte il valore corrente, a beneficio di circa 1.300 famiglie tra Brasile e Perù.

Il PET riciclato arriva da 200 raccoglitori organizzati in cooperative, pagati 2,4 volte il prezzo di mercato. La pelle, per i modelli non vegan, è certificata Leather Working Group Gold e 100% tracciabile. Dal 2018 è B Corp con punteggio di 92.7. Nei flagship store ha integrato postazioni fisse di calzoleria per riparare le sneaker, allungandone la vita. Zero fronzoli insomma, solo fatti e dati alla mano.  

Pangaia

Courtesy Pangaia

Pangaia è prima di tutto un’azienda di scienza dei materiali, che ha scelto la moda come banco di prova per le proprie innovazioni. I numeri del 2024 sono netti: il 96% della collezione è stato realizzato con materiali organici, riciclati, rigenerativi o bio-based, con l’uso di cotone certificato OCS e GRS che segna un passo avanti nella tracciabilità della filiera. Sul fronte delle certificazioni, il brand ha ottenuto lo status LEADER dalla Fair Wear Foundation per le pratiche di due diligence sui diritti umani, e a dicembre 2025 ha aggiornato il punteggio B Corp a 99.9, ben oltre la mediana di 50.9 e il requisito minimo di 80.

Gli obiettivi climatici includono il dimezzamento delle emissioni entro il 2030 e neutralità carbonica entro il 2040. Tra le innovazioni più recenti spicca la capsula in AeoniQ, fibra cellulosica sviluppata con HeiQ che sostituisce poliestere e nylon riducendo le emissioni fino a 3,2 kg di CO₂ equivalente per chilo di filato. Sempre nel 2026, il brand ha lanciato le prime camicie al mondo in Infinna, fibra rigenerata interamente da scarti tessili, e la capsula re-color, che estrae pigmenti da abiti non più riciclabili. La proprietà è passata nel 2025 al gruppo emiratino Royal Group, ma il nuovo corso guidato dal CEO Daniel Gómez punta a rafforzare l’uso di cotone rigenerativo e lane certificate, con un posizionamento che prova a tenere insieme innovazione tecnica e desiderabilità.

Candiani Denim

Giornata mondiale della Terra
Courtesy Candiani Denim

Candiani Denim è il nome che si nasconde dietro i jeans di molti marchi premium, ma merita un posto in questa lista per quello che fa in proprio. Primo motivo: è l’unica manifattura tessile al mondo a operare dentro una riserva naturale, il Parco del Ticino. Un vincolo che, come dice l’AD Alberto Candiani, “ci ha costretti a innovare”. E i risultati si vedono. Coreva è il primo denim elasticizzato al mondo completamente biodegradabile: niente plastica, solo gomma naturale al posto dell’elastan. Cinque anni di ricerca e 5 milioni di investimento.

Poi c’è la scommessa sul cotone rigenerativo: obiettivo 100% entro il 2026. Sul fronte acqua, la tecnologia Sound Dye a ultrasuoni fa risparmiare quasi il 30% per ogni metro di tessuto; oltre 41 milioni di litri l’anno, quanto basta per dissetare 58.000 persone. Nel 2022 è arrivata la certificazione Cradle to Cradle Certified Gold, a febbraio 2025 la prima Regenagri Chain of Custody al mondo. Il mantra? “Il principio sostenibile più importante è la durevolezza. Un jeans buono dura decenni. È questo il vero lusso: farlo bene, farlo durare e farlo qui”.

Save The Duck

Save The Duck
Courtesy Save The Duck

Save The Duck merita una nota speciale per il suo impegno nel mondo dei capispalla.Nato nel 2012 da un’intuizione di Nicolas Bargi, il brand milanese è stato la prima azienda fashion italiana a ottenere la certificazione B Corp nel 2019, con un punteggio B Impact di 108,4; ben oltre la mediana di 50,9. Il nome la dice già lunga: zero piume, zero pelli, zero materiali di derivazione animale. Al loro posto, l’imbottitura proprietaria PLUMTECH, certificata Bluesign, e la sua versione riciclata RECYCLED PLUMTECH, realizzata al 100% da bottiglie di PET post-consumo e certificata GRS.

Sul fronte climatico, gli obiettivi sono fissati e verificati: SBTi ha approvato un taglio del 50% delle emissioni Scope 1 e 2 entro il 2030 (rispetto al 2018), con la rotta puntata sulla carbon neutrality entro lo stesso anno. Il messaggio è chiaro: si può fare a meno delle anatre senza rinunciare a un grammo di performance. O di stile.

Cosa rende un brand affidabile? Le certificazioni

Per orientarsi nel mare magnum delle promesse di sostenibilità, è utile conoscere alcune certificazioni che garantiscono l’impegno reale di un brand. Le più importanti sono la certificazione B Corp (standard di performance sociale e ambientale), il GOTS (Global Organic Textile Standard per fibre biologiche) e il Fair Trade (condizioni di lavoro eque lungo la filiera). Quest’anno, in occasione della Giornata della Terra, possiamo tutti fare la differenza scegliendo di “possedere meglio, non di più”. Sostenere brand che mettono la sostenibilità al centro del proprio operato è il primo passo per trasformare il nostro potere in un pianeta più sano.