Julian Klincewicz si racconta: da Louis Vuitton a Vans, l’imperfezione che ha conquistato la moda
«Non so cosa mi distingua, forse la fortuna». Sbalordisce la modestia di un artista che a 30 anni ha portato la sua estetica VHS da Gucci a Vans. In questa intervista parla di Virgil Abloh, del suo rapporto con la moda, l’AI e di molto altro, compreso il suo guilty pleasure segreto
Come si fa a passare dalla soffitta di casa con una telecamera VHS a vincere un Grammy con Beyoncé? Io non lo so. Julian Klincewicz, sì. Trent’anni, cresciuto a San Diego su uno skateboard, classe 1995. Un giorno trova una vecchia telecamera in soffitta. Il giorno dopo lavora con Louis Vuitton. Nel mezzo: un Grammy (grazie Homecoming di Beyoncé), collaborazioni con Dior, Gucci, Calvin Klein, Miu Miu, e una valigia piena di domande che l’industria della moda gli rivolge senza sapere bene dove metterlo. Fotografo? Regista? Creatore multimediale? Lui dice: “Creativo”. Punto.
Adesso è appena nel territorio della moda con OTW by Vans x Julian Klincewicz. Una collezione che si chiama Joyous Chorus e profuma di infanzia californiana: Old Skool 36 color Mango Mojito (nome che sembra un cocktail bevuto alle 10 di mattina), un charm a forma del suo cane Roo (golden retriever incrociato red fox lab, per i fanatici), e un dettaglio geniale quanto inquietante: undici anni di “to-do list” disegnate a mano, stampate sulle etichette interne. “Le scarpe sono fatte per essere consumate”, dice Julian. “Acquistano valore con il tempo.”

Peccato che il tempo, nel frattempo, abbia trasformato la sua estetica VHS in un filtro TikTok. E che l’industria , quella stessa che lui ha imparato a navigare tra burnout e collaborazioni faraoniche, sia oggi più assetata di “contenuto” che di senso. Glielo abbiamo chiesto.
La tua estetica VHS è stata copiata, trasformata in un filtro TikTok, svuotata. Cosa ti distingue da tutti gli altri?
«Sinceramente, non so cosa mi distingua, a parte forse un po’ di fortuna. Ma conosco bene gli strumenti e sento di avere una comprensione piuttosto profonda di cosa fanno certe telecamere. Poi sono felice di vedere che i miei interessi estetici trovino riscontro tra la cultura di massa. Ma c’è una differenza sostanziale tra un filtro TikTok e girare con una videocamera VHS. Uno è puramente estetico, l’altro è un vero e proprio tipo di tecnologia, un sistema di ripresa, questo cambia radicalmente il modo in cui filmi. Lo strumento in sé, la videocamera fisica, impone un modo di guardare e di vivere le cose che porta a un risultato completamente diverso rispetto a un filtro. Fanno cose diverse, anche se il risultato sembra simile».
Parli spesso di “sguardo infantile”. Come proteggi quel bambino che vedeva il mondo per la prima volta?
«La cosa principale è non perdere il contatto con un senso di meraviglia o curiosità. Mi domando sempre se l’immagine mi fa provare qualcosa? Apre qualcosa dentro di me? Se sì, allora sono sulla strada giusta. Questo tipo di approccio è senza età; è solo che viene spontaneo da bambini e bisogna lavorare per mantenerlo».

Hai lavorato con Louis Vuitton, Gucci, Miu Miu e adesso Vans. Dal lusso allo street, come cambia il tuo approccio?
«Cerco sempre di pensare a cosa abbia senso, o a cosa sia interessante fare insieme a un brand. Miu Miu o Dior hanno un linguaggio, un mondo completamente diverso da quello di Vans… e viceversa. La storia di Vans affonda le radici nella California del Sud, nello skateboard e nella musica; e queste sono entrambe grandi parti della mia storia personale. Quindi con Vans riesco ad attingere a tutto questo in un modo assolutamente genuino».
Hai lavorato con Virgil Abloh: cosa ti ha insegnato? E qual è stata la lezione più inaspettata, quella che hai capito solo dopo?
«Sono profondamente grato e fortunato per aver potuto lavorare con Virgil e imparare da lui. Continuo a imparare da lui, ogni giorno: dal suo modo di creare, di vivere le relazioni, di leggere il mondo. Avrei voluto chiedergli più consigli, essere più spontaneo nel dialogo quando ne avevo l’occasione. Lo ammiravo come amico e come mentore, ma forse ero anche troppo intimidito da lui, e questo mi ha trattenuto dal fare più domande. La cosa a cui ripenso più spesso, ora, è la sua gentilezza e la sua capacità di connettersi con così tante persone. Come se la sua opera più grande fosse proprio quella di unire, di intrecciare aspetti diversi della cultura in un’unica visione… Era un po’ come un internet nella vita reale».

Hai mai usato strumenti di intelligenza artificiale per un progetto? Se sì, come? Se no, perché?
«No, non l’ho fatto – mi dice con una risata, divertito dalla domanda -. Non mi interessa come parte del mio processo creativo, a essere onesto. Non credo che esternalizzare l’espressione e la creatività umana sia un’impresa molto interessante o convincente. Ho sicuramente visto persone fare cose molto interessanti con l’AI, cose belle e fighe. E ovviamente può essere un grande strumento. Ma al momento non è così interessante per me. Mi piace fare il mio lavoro, perché dovrei voler esternalizzare la mia arte?»
Che messaggio vuoi mandare con la tua arte?
«A essere onesto sto ancora capendo. Forse sto ancora cercando di scoprire cosa ho davvero da dire. E penso che sia probabilmente naturale per la maggior parte degli artisti. Immagino di essere perennemente alla ricerca del modo di tradurre la vita, l’esperienza umana, e di dargli una forma attraverso i miei mezzi».
Hai mai detto di no a un grande marchio perché avrebbe snaturato il tuo linguaggio?
«Per me, più che dire di no, si tratta di fidarmi della sensazione che qualcosa sia o meno nelle mie corde. Di solito parto con un’idea chiara, ma sono sempre pronto a trasformarla o a cambiare strada in qualsiasi momento se salta fuori qualcosa di più interessante. Sai, vai a girare con un’idea, torni con un’altra, e poi in fase di montaggio si presenta qualcosa di completamente diverso. Ed è proprio qui che la fiducia tra brand e artista viene messa davvero alla prova: perché se un marchio paga, vuole sapere più o meno cosa sta comprando. È una sfida divertente».

Hai parlato di essere andato vicino al burnout. Cos’è successo? E cosa hai imparato?
«Ho avuto opportunità incredibili molto giovane, mi ci sono buttato a capofitto e ho continuato a correre, finché a un certo punto mi sono reso conto che stavo correndo troppo forte per il mio bene. Alla fine si è trattato di imparare ad ascoltare i miei bisogni, per riuscire sia a fare il miglior lavoro possibile, sia a godermi il processo. La lezione più grande forse è proprio questa: imparare a comunicare meglio con le persone, così che tutti remino nella stessa direzione. Questo riduce la confusione, anche se a volte hai bisogno di confusione, è eccitante vedere cosa succede».
C’è qualcuno con cui vorresti collaborare in questo momento?
«I primi che mi vengono in mente sono Phillip Glass, Caroline Shaw, Floating Points. Amo troppo la loro musica. Sono molto ispirato anche da Arthur Jafa e Tacita Dean, vorrei imparare da loro».
Qual è il tuo guilty pleasure quando nessuno guarda?
«Amo le commedie romantiche, o qualsiasi film su vecchi che trovano l’amore. E il Lava cheese, adoro quel formaggio finto da nachos».
Cosa ti preoccupa oggi, del mondo in cui lavori e del mondo fuori? Cosa ti tiene sveglio la notte?
«Sono piuttosto preoccupato per il tecno-feudalesimo che sta prendendo il sopravvento. La mercificazione totale di internet. Si è allontanato da quella risorsa straordinaria che era un tempo, quella che nutriva e spingeva davvero la connessione umana, per diventare una cosa molto più brutta e meno utile, in cui siamo noi a servire le grandi aziende e i tecnocrati che sfruttano la nostra creatività e le nostre relazioni. Quello che mi toglie il sonno è come combatterlo attraverso la creatività… non solo lamentarmene, ma prenderne le distanze per ridurne la presa. Sono sicuro che sia possibile, il come, però, è complicato. Internet ancora produce del bene, ancora crea connessioni, solo meno di prima. Ed è un po’ destabilizzante quando qualcosa si trasforma da ciò che era in qualcos’altro, eppure finge di essere ancora la stessa cosa.