Cult

In conversazione con Eolo Perfido, fotografo vagabondo alla ricerca di bellezza

di Alessandra Mattanza - 24 Novembre 2020

Eolo Perfido, ritrattista di origini italiane, ci racconta la sua fotografia, che è poesia dell’anima.

La fotografia è una conversazione che può essere arte, documentazione o pura astrazione. A cavallo tra realtà e finzione circoscrive dei contesti e ne crea di nuovi. Mi piace pensarla come una forma di poesia dove l'alternarsi delle parole è sostituito da quello tra luci ed ombre. Per me tutto è iniziato quasi per gioco, ma è bastato poco per capire che avevo scoperto qualcosa di fondamentale nella mia vita. Da quel momento non è stato più fare il fotografo ma esserlo. Posare il proprio sguardo sugli altri per poi restituire qualcosa di personale rimane il motivo per cui continuo a fotografare.

A parlare è Eolo Perfido. Nato a Cognac, in Francia, ha sempre avuto una passione innata per il mondo della fotografia, come per quello della tecnologia. Il suo viaggio artistico è passato ecletticamente per studi di informatica, grafica interattiva e multimedia per scegliere poi la fotografia quando aveva ventotto anni, dopo qualche anno che si era trasferito a Roma. «Sono stato ispirato da moltissimi artisti. Tra i fotografi amo i grandi padri del ritratto: Irving Penn, Richard Avedon, Arnold Newman, August Sanders, o i più recenti Peter Lindbergh, Herb Ritts, Albert Watson, Annie Leibovitz. E, poi, i maestri che ho avuto la fortuna di assistere durante i loro lavori come Steve McCurry, con cui ho avuto la fortuna di viaggiare diverse volte per tutto il mondo, Elliott Erwitt e James Nachtwey. Il mio impianto creativo non vive, però, solo di fotografia, anzi deve moltissimo anche a discipline affini tra le quali prima tra tutte l'illustrazione. I personaggi ed i mondi creati da grandi autori come Moebius, Gimenez, Otomo o Miyazaki sono sempre stati fonte di ispirazione. E, di recente, ho cominciato perfino a realizzare libri illustrati, fumetti, graphic novel, giochi da tavolo. Comunque, non amo mai fare delle liste di nomi che mi hanno particolarmente influenzato. Le liste mi mettono sempre in difficoltà perché come in fotografia con l'inquadratura, c'è più in quello che escludi che in quello che includi nel fotogramma», precisa.

Il ritratto come vocazione

«Ogni ritratto è un’approssimazione. Alcuni ritrattisti cercano di esprimere rocambolesche ma sincere opinioni attraverso le loro fotografie. Vogliono restituire qualcosa che si approssimi al vero. Altri invece vedono nell’altro uno “strumento attoriale” per costruire personaggi che spesso poco hanno a che vedere con la persona ritratta. I primi sono quei ritrattisti che cambiano dopo ogni ritratto, perché l’incontro li trasforma. I secondi sono coloro che realizzano sempre lo stesso ritratto indipendentemente dal soggetto fotografato alla ricerca di quell’immagine spesso sfocata che li ossessiona da anni. Io faccio parte di questa seconda famiglia. Mi piace portare i miei soggetti nei miei mondi e per farlo chiedo loro di interpretare un personaggio. Cerco di risvegliare o scoprire la loro capacità attoriale. In questo senso il loro apporto è fondamentale e molto personale. Un ritratto si fa, sempre e comunque in due, e ciò che ne scaturisce è ogni volta qualcosa di unico. Mi piace pensare alla mia fotografia come ad un film sintetizzato in un solo fotogramma», racconta. Eolo è divenuto famoso per i suoi ritratti, intensi e carichi di espressività, capaci di cogliere il momento, solo come, in fondo, è abile la poesia nell’ammaliare con i suoi versi. Lui usa invece la macchina fotografica, maestro nel giocare con la luce come un pittore fa col colore su una tela.

Alcuni suoi ritratti osano ancora di più, scavano profondamente nell’anima fino a risvegliare perfino certi lati oscuri e inquietanti, quasi fossero una sfida all’insaziabile curiosità dell’uomo, e, magari, proprio del fotografo stesso, di andare alla ricerca di sé. E’ il caso della sua serie di ritratto creativo Clownville e Propaganda. «Clownville nasce da un’idea semplice. Già sviluppata da altri creativi in molte forme. L’immagine del Clown ha affascinato fotografi, illustratori, scrittori registi e compositori. Ho semplicemente voluto dire la mia, costruire su questo immaginario collettivo la mia personale visione. L’ho fatto con semplicità, cercando di costruire ogni volta un set fotografico in cui dirigere con cura i miei soggetti portandoli ad interpretare un personaggio o un’emozione», riflette. «Una delle prime cose che ho scoperto scattando queste immagini è che indossare la maschera del Clown libera i soggetti dalla schiavitù del proprio volto. Lo sguardo diventa ispirato e libero da qualsiasi inibizione. Quello che mi hanno dato molti dei soggetti che ho fotografato per questa serie è stato straordinario. L’ispirazione per ogni singolo scatto l'ho trovata nei miei momenti più inquieti che sono a dire il vero molto rari. Tendo ad essere quasi sempre di buon umore. Ma quando c’è qualcosa che mi tormenta allora cerco di visualizzare quel sentimento e di dargli un volto attraverso una maschera».

Studio e street photography

Eolo, che è rappresentato dall’agenzia Sudest57 (sudest57.com), ama lavorare in studio, ma gran parte della sua produzione fotografica non è realizzata unicamente lì. «Ci sono giornate in cui decido di uscire per fare una passeggiata con la macchina fotografica al collo libero da pensieri e progetti», racconta. «Ho iniziato ad amare la street photography quando ho scoperto gli incredibili segreti che può nascondere una semplice passeggiata. Celati nel quotidiano, attimi di bellezza si manifestano come sussurri tra i rumori delle città. Il fotografo deve essere attento per poterli captare e rivelare attraverso il suo sguardo. E, la fotografia di strada non è solo forma, ma delicata poesia visuale i cui versi sono ombre, movimenti, sguardi e, soprattutto, inaspettate relazioni che il fotografo riesce a restituire grazie a quell'inganno geometrico che è l'inquadratura», aggiunge.

Come riconoscere un buon scatto di street photography? Eolo non ha dubbi: «E’ una fotografia che ci fa guardare alla realtà in un modo completamente inaspettato. Che ci fa percepire un angolo di strada, un’ombra, l’andamento di una persona o il semplice sovrapporsi di elementi tra loro estranei come qualcosa di straordinario. Guardare il mondo con occhi diversi ci fa crescere. Ci permette di meravigliarci con quanto di più ordinario ci circonda. Ci fa percepire le reali potenzialità di quello che spesso diamo superficialmente per scontato. Inoltre, quello che mi piace della street photography è anche la filosofia che l'accompagna. Essere un vagabondo alla ricerca di bellezza è un modo di vivere che mi fa bene. Significa vivere il momento ed imparare ad accettare i fallimenti. È il mio zen personale”.

Quando la sua fotografia di ritratto diventa commerciale è declinata in generi molto diversi tra loro. Si va dalla fotografia pubblicitaria a quella editoriale. Come si muove Eolo in territori apparentemente simili, ma in realtà così diversi tra loro? «Anche se alla fine devo sempre fotografare delle persone, quello che cambia tra i diversi generi sono i processi prima del momento dello scatto. La fotografia pubblicitaria è fatta di un grande lavoro di preparazione e confronto con tutti gli attori chiamati a dire la loro: il cliente, l'agenzia di comunicazione e i possibili consulenti esterni. E' un lavoro di mediazione, progettazione e bisogna definire tutti i parametri di fattibilità. Solo quando tutto è sotto controllo si procede alla realizzazione dello scatto fotografico», spiega Eolo. «Nella fotografia editoriale, invece, è fondamentale arrivare al giorno dello shooting con una buona conoscenza del talent che dovrò ritrarre e della location in cui scatterò le fotografie. Spesso si ha a disposizione pochissimo tempo ed il fotografo non può farsi trovare impreparato. Ci sono servizi fotografici che ho dovuto risolvere in pochi minuti. Sono quei momenti in cui ti affidi agli anni di esperienza», chiarisce 

Il suo universo ideale? Il Sudest asiatico.

Eolo ha girato tutto il mondo con la sua macchina fotografica. C’è però un luogo che gli toccato particolarmente il cuore: «Il Sudest asiatico è la meta che mi affascina di più. C’è il Giappone, dove vado almeno due volte l’anno. Mi piace per tanti motivi. Esiste per me un’affezione culturale con questo paese, legata al fatto che la mia generazione è cresciuta con i contenuti che arrivavano dall’industria giapponese dell’intrattenimento: i cartoni animati giapponesi degli anni ’60, gli scrittori giapponesi, un certo tipo di cinema giapponese. Questo retaggio di memoria è stato il punto di partenza del mio primo viaggio. Poi, successivamente, sono stato attratto dagli usi e costumi, da quel rapporto interpersonale che faceva sì che per me fosse molto facile accedere alla gente per strada quando dovevo scattare. I giapponesi sono, di solito, molto riservati, ma sono veramente cordiali nelle manifestazioni pubbliche, possiedono una capacità di concedersi agli altri e una gentilezza incredibili. Inoltre, del Giappone amo il cibo, l’architettura, la pulizia e il caos che io chiamo “caos ordinato”, perché segue come delle regole che riescono a mettere tutto in armonia. Soffro addirittura di mal di Giappone, di malinconia, quando ne sono per troppo tempo lontano», ricorda. Da questa sua profonda relazione con questo paese è nata la serie di immagini Tokyoites.

«Nel mio Sudest asiatico c’è poi la Thailandia. E’ un paese che, nonostante le grandi difficoltà e contrasti di cui soffre, mostra una pace e un’armonia incredibili. Bangkok è caotica, ma, nonostante i tantissimi rumori selvaggi, riesco a trovare dei luoghi di pace: templi, mercati o, semplicemente, la gentilezza della gente, che riempie l’anima di positività e serenità. C’è poi la Cina. E’ un paese che conosco molto bene, sia l’ovest che l’est. Trovo che, alla fine, i cinesi non siano troppo distanti dagli italiani e per me essere in questo paese è come sentirmi un po’ a casa. Non mi riferisco alle grandi città, però, ma alla Cina più povera, ai villaggi, alla costa, ai maestosi monumenti protetti dall’UNESCO. E, poi, adoro la cucina cinese. In fondo, la cultura di un paese si conosce anche tramite l’enogastronomia e amo tutto quello che è cucina orientale». Anche certe città cinesi hanno lasciato un segno in lui. «Mi piace Pechino, ma, prima di tutto, amo Chengdu, la più grande città nella parte occidentale della Cina, vicino al Tibet. E’ poco conosciuta, ma meravigliosa e molto spirituale. Il Monte E’mei, dove si trova il Buddha più alto al mondo, è bellissimo. Sono capitato per caso a Chengdu, facendo girare il mappamondo e puntando il dito a occhi chiusi… Sul Monte E’mei, alto 3.000 metri, si trovano i panda cinesi. Ci sono tornato diverse volte e ho stretto forti amicizie, oltre che avere raccolto memorie indimenticabili».

Workshop e insegnamento, un’altra grande passione

«Mi piace molto insegnare… Non lo vivo come un lavoro, ma più come una missione. Mi dicono che concedo molto del mio bagaglio esperienziale e che riesco a tradurre in metodi e tecniche davvero comprensibili quello che è spesso difficile da trasmettere in modo pratico e coerente. Negli ultimi anni ho formato oltre 950 fotografi» dice Eolo, che insegna all’Università Bocconi di Milano fotografia di strada, e alla Leica Academy, in tutto il mondo, ritratto. «Insegnare è certamente un lavoro che va fatto con grande responsabilità e passione. Ci sono voluti anni per tradurre in processi replicabili quello che può sembrare solo un istinto. Ovviamente non basta copiare per far bene, anche se può essere un buon inizio... Ma, per fortuna, c'è sempre il momento in cui l'indole e l'impianto culturale dei tuoi studenti dà sapore a quello che hai insegnato loro. Aiutare i giovani fotografi a conoscere la tecnica, ma anche l'anima di questa disciplina è una delle cose che mi dà davvero più piacere!» ammette (per restare aggiornati su tutti i suoi workshop o corsi, basta controllare il suo sito.

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