Harry Kane, la rivincita di un campione
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Harry Kane, la rivincita di un campione

di Mattia Marzi

Dal rifiuto dell’Arsenal ai trionfi con il Bayern Monaco, passando per la maledizione al Tottenham: storia di un atleta che ha sconfitto il destino.


Cercando nell’enciclopedia Treccani la parola campione, in mezzo ai vari significati ce n’è uno che sembra rappresentare pienamente Harry Kane: «[chi eccelle in qualche attività: è un c. di puntualità] ≈ esempio, (fam.) fenomeno, modello». Kane, che il 26 ottobre ha conquistato il Pallone d’Oro, è il simbolo di una carriera costruita attraverso il lavoro e la perseveranza. Un campione, appunto. Che però, tra rifiuti, porte sbattute in faccia, occasioni mancate e attese interminabili, non sembrava destinato a diventarlo: «Per qualsiasi ragazzo o ragazza che desideri realizzare i propri sogni: tutto è possibile. Con il duro lavoro, anche quando nessuno ti guarda, superando gli alti e bassi, attraverso la resilienza, la determinazione e la fiducia in se stessi, tutto si può realizzare», ha detto durante la cerimonia., stringendo tra le mani il premio di miglior calciatore al mondo dell’ultima stagione, battendo Mbappé e Lamal, tra i favoritissimi. Kane ha vinto il Pallone d’Oro per una stagione straordinaria in termini di goal (73 in tutto tra club e nazionale), impreziosita dai trofei conquistati con la sua attuale squadra, il Bayern Monaco, e dal percorso dell’Inghilterra ai Mondiali. Ma il riconoscimento racconta anche una rivincita personale, quella di un calciatore che ha dovuto conquistarsi ogni traguardo.

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Dal rifiuto dell'Arsenal alle voci sulla maledizione

Prima di approdare al Bayern Monaco, nell’estate del 2023, in un’operazione da oltre 100 milioni di euro, Kane è stato per anni una colonna del Tottenham, la squadra che lo aveva accolto nelle proprie giovanili e che lo ha visto crescere fino a diventare uno dei centravanti più prolifici della sua generazione. Con la maglia degli Spurs ha segnato 280 gol in 435 partite, diventando il miglior marcatore della storia del club. A Londra, però, gli è sempre mancato qualcosa: un trofeo da sollevare.

La sua carriera, del resto, non era cominciata sotto il segno della predestinazione. Lasciato andare dall’Arsenal a otto anni, considerato poco promettente, Harry - nato a Walthamstow, nella zona orientale di Londra, figlio di un operaio e di una casalinga — aveva dovuto conquistarsi ogni opportunità. Prima di affermarsi al Tottenham, aveva attraversato una serie di prestiti, dal Leyton Orient al Millwall, passando per il Norwich City e il Leicester.

Il primo allenatore a credere davvero in lui fu Mauricio Pochettino, che nel 2014 gli affidò le chiavi dell’attacco degli Spurs e lo aiutò a diventare il punto di riferimento della squadra. Kane rispose con una continuità realizzativa impressionante, conquistando per tre volte la classifica dei marcatori della Premier League. Il soprannome «Hurricane», gioco di parole tra il suo cognome e il termine inglese che significa «uragano», racconta bene la sua capacità di travolgere le difese avversarie. Furono i suoi gol a trascinare il Tottenham fino alla finale di Champions League del 2019, persa contro il Liverpool. Anche con la nazionale inglese arrivarono delusioni difficili da dimenticare: la sconfitta contro l’Italia nella finale degli Europei del 2021 e quella contro la Spagna nell’atto conclusivo dell’edizione 2024. Una sequenza di occasioni mancate che aveva alimentato le ironie sulla presunta maledizione legata al suo nome.

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Ma anche la prima stagione al Bayern si è chiusa senza trofei


Da qui la scelta di cambiare aria. Kane voleva fare quello che al Tottenham non gli era mai riuscito: vincere. «Questo non è un addio, perché non si sa mai come andranno le cose in futuro. Ma è un arrivederci, e un enorme grazie», disse ai tifosi del Tottenham prima di accasarsi al Bayern Monaco.

In Germania Kane ha trovato un ambiente ambizioso e una squadra abituata a competere per vincere. Eppure, anche qui, la prima stagione si è chiusa senza trofei, alimentando ancora una volta le ironie sulla sua presunta maledizione. Solo questione di tempo: la svolta è arrivata l’anno scorso, con la conquista della Bundesliga. Dopo anni di amaro in bocca, Harry ha finalmente potuto sollevare un titolo importante con il proprio club. La stagione 2025-2026 ha consolidato la sua posizione ai vertici del calcio internazionale. I gol e i successi con il Bayern hanno rafforzato la candidatura al Pallone d’Oro, trasformando il riconoscimento in qualcosa di più di un premio individuale: la conferma di un percorso costruito nel tempo. «Quando sono arrivato non sapevo cosa aspettarmi. Ero stato al Tottenham per tanto tempo. Sapevo che tutti si aspettavano tanti gol e che giocassi da centravanti, ma le cose sono andate anche meglio di come pensavo. Mi sono goduto ogni singolo minuto e anche le aspettative che c'erano su di me. Ci sono però altri momenti che voglio vivere e altri obiettivi da raggiungere: vincere la Champions League è sicuramente tra questi», ha raccontato al sito dell’Uefa.

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La disciplina, scoperta grazie a Tom Brady


Dal palco del London Palladium, ieri sera, ha ricordato di come il suo percorso non sia stato privo di ostacoli: «Non sono stato il ragazzo che è arrivato subito al successo. Ho dovuto affrontare momenti difficili, lottare per diventare il calciatore che sono oggi, e spero che questo possa dare anche a voi la determinazione necessaria», ha detto, cercando di motivare i giovani. A motivare lui ci ha pensato un coach speciale, che non sa neppure di essere stato un punto di riferimento per Kane: è l’ex giocatore di football americano Tom Brady. Negli anni in cui rimbalzava in prestito da un club all’altro, Kane stava pensando di mollare. Poi, ha raccontato, un documentario in tv proprio su Brady gli cambiò la vita. A colpirlo fu soprattutto la disciplina con cui il quarterback aveva costruito la propria carriera, lavorando incessantemente per migliorarsi e curando ogni dettaglio della preparazione. Così ha iniziato a fare lui, rivoluzionato le proprie abitudini, prestando attenzione all’alimentazione, al recupero e alla preparazione fisica. Si chiama mentalità. Ciò che manca a molte stelle del calcio contemporaneo. Dopo aver visto il documentario su Brady, Kane chiuse con l'alcol e cominciò a ripensare alle proprie abitudini, mettendo la disciplina al centro di tutto. Scelse pure di trasferirsi vicino al centro sportivo del Tottenham, così da ridurre al minimo le distrazioni e dedicare più tempo al lavoro. A Monaco, però, ha ceduto su una cosa, a proposito di alimentazione: le cotolette. «Sono una delle cose migliori. Me le mandano ogni settimana, quindi non ho altra scelta che mangiarle».

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La frase sui social: "Lavora sodo in silenzio"


Il Pallone d’Oro, arrivato a 33 anni, assume per Kane un significato che va oltre i numero di una singola stagione. Dal palco del London Palladium ha dedicato il premio alla moglie Kate, conosciuta quando i due erano adolescenti, che ha vissuto insieme a lui i tormenti di questi anni: «Ho avuto la netta sensazione che tu lo desiderassi più di me. Ma eccoci qui: ce l'abbiamo fatta!». E alla fine ha menzionato uno per uno tutti gli allenatori con i quali ha lavorato in questi anni: da Bradley Allen a Vincent Kompany e Thomas Tuchel, passando per Pochettino, José Mourinho e Antonio Conte. «Spero di essere d'esempio per chi sogna di essere il migliore, come oggi lo sono io», ha concluso. Dopo aver ritirato il premio, ha scritto sui social: «Work hard in silence. Let success be your noise», «Lavora sodo in silenzio. Lascia che sia il successo a farti rumore».