Sydney Sweeney: la rivincita della bionda atomica nell’era degli algoritmi
Patrick Wymore - © HBO

Sydney Sweeney: la rivincita della bionda atomica nell’era degli algoritmi

di Giulio Zoppello

Dalla consacrazione in Euphoria alla pubblicità Novig: come l’attrice ha trasformato sex appeal, advertising e social in un nuovo modello di celebrity

Sydney Sweeney è diventata una delle poche attrici capaci di trasformare una polemica pubblicitaria in una nuova puntata della propria costruzione mitologica. La campagna Novig, nella quale appare nuda o seminuda mentre mette in scena diversi sport usando palloni e attrezzatura sportiva per coprire il corpo, ha provocato la reazione di numerose atlete, tra cui campionesse olimpiche come Ariarne Titmus. In pochi giorni la vicenda è diventata molto più di una pubblicità controversa: è tornata a porre la stessa domanda che accompagna Sweeney da anni. Che cosa succede quando una star decide di fare del proprio sex appeal un vero e proprio modello di business?

Sweeney, inoltre, non è soltanto il volto dell’operazione: Novig l’ha presentata anche come strategic partner ed equity holder. Un dettaglio che rende la vicenda ancora più interessante, perché trasforma una semplice campagna pubblicitaria in un pezzo della sua strategia imprenditoriale.


Dal successo di Euphoria allo status di sex symbol

In principio fu “Euphoria”, la sua Cassie Howard, procace, sensuale, vittima della sua stessa bellezza e della necessità di essere validata. Un personaggio femminile atipico perché teoricamente reso invincibile dalla propria estetica, ma nell’economia della serie il simbolo di un cortocircuito totale fatto di nevrosi, paura, ansia sociale e vulnerabilità. Fu lì che il mondo si accorse di lei, di Sydney Bernice Sweeney, nata Spokane, classe 1997, e che nel giro di pochi anni è diventata de facto la nuova bionda atomica dello star system hollywoodiano.  L’ultima notizia legata a lei è la polemica sulla pubblicità per Novig, app di trading sportivo, in cui ha posato senza veli, come le è capitato tantissime volte. Eccola sul canestro da basket, eccola con palloni da calcio o football a coprire malamente proprio quelle forme che l’hanno resa la nuova fantasia maschile. Apriti cielo, è da giorni che non si placano le polemiche, una marea di atlete si sono scagliate contro la pubblicità, rea di aver oggettificato il corpo femminile. 

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Ma è qui che casca l’asino. Perché quello che fa Sydney Sweeney, ormai da tre anni a questa parte, non è in fondo diverso da ciò che fanno tante atlete (più o meno famose): sfruttare la propria fisicità a fini commerciali. Dalla Sabalenka a Eileen Gu, da Alisha Lehmann a Sophie Cunningham, Instagram, TikTok, Facebook sono fonti di reddito e branding ormai impossibili da ignorare. Ogni atleta avvenente ha sempre cercato di usare la propria bellezza per avere visibilità, sponsor e redditi extra. Questa polemica ci parla di un cortocircuito semantico non da nulla sull’autodeterminazione, il rapporto tra corpo, sex appeal, moda, advertising e quanto Sydney Sweeney sia stata la più brava al mondo a muoversi in questo campo.


Da Carpenter e Tarantino all’indipendenza creativa

Partiamo da un presupposto: Sydney Sweeney è brava come attrice. Ha cominciato giovanissima, finendo a soli 12 anni sul set di un maestro del calibro di John Carpenter in The Ward. Da lì in poi un elenco di film di genere (horror in particolare), serie tv, poi nel 2019 è in C’era una volta a… Hollywood di Tarantino. Lei, Austin Butler, Margaret Qualley, Mikey Madison, la nuova generazione di star che avanzava.  Con Euphoria diventa il sogno di ogni maschio etero, la pupa tutta curve e occhioni, raccogliendo l’eredità di Marylin Monroe, Raquel Welch, Jayne Mansfield, Pamela Anderson e tante altre. Forse è questa la chiave del suo successo e anche dell’astio che una grossa fetta di pubblico femminile le ha riservato: lei è l’antitesi totale di una decennale opera di negazione della bellezza canonica. Il suo sex appeal è connesso alla fantasia maschile, opposto a quello storytelling armato di body positivity e azzeramento di standard estetici estremi, in nome del quale una come lei non avrebbe dovuto avere tutto questo successo. 

La cosa più interessante? Lei (e chi la segue) hanno sempre saputo che avrebbe funzionato, hanno sempre capito che raccogliere l’estetica anni ’90 le avrebbe garantito un successo clamoroso. In Sydney Sweeney convivono de facto due identità: è imprenditrice di sé stessa (che definizione meravigliosa), produttrice dei suoi film, e decide i suoi ruoli. Ma è anche fortemente tradizionalista nel modo di proporsi. Più ancora, strizza furbescamente l’occhio a quella parte di società che di rinunciare alla bionda dei sogni non ne ha mai voluto sapere. 

Dai jeans alle saponette, una magnifica contraddizione

La polemica sullo spot su Novig era stata preceduta l’anno scorso da quella sui Jeans American Eagle: "Sydney Sweeney has great jeans”. Il gioco di parole tra jeans e genes aveva portato la Sweeney a venire attaccata, indicata come strumento di propaganda dell’eugenetica reazionaria americana, strumento dell’America di destra che le ronzava attorno persino alle feste, tra cappellini del movimento MAGA e fidanzati palesemente non progressisti. Da simbolo della destra a icona fetish per la saponetta il passo è breve a quanto pare. Poi però se Gwyneth Paltrow crea la sua candela all’odore di vagina, è un’icona femminista. 

Un cortocircuito puro e semplice, che ha mostrato il limite di una certa mentalità progressista e femminista odierna secondo molti: non tenere conto dello sguardo maschile. Le tante atlete, influencer, content creator, attrici che si dicono femministe, in realtà monetizzano sulla propria fisicità e il proprio aspetto, non hanno nulla di diverso da Sydney Sweeney, si aggrappano allo sguardo maschile. 

Forse il vero problema sta nel fatto che la Sweeney, 26 milioni di follower su Instagram, è la negazione del patto di “solidarietà estetica” che si pensava di aver creato tra media e società. Gelosia mascherata da critica ideologica? Anche, negarlo sarebbe negare l’evidenza. Lei usa elementi della cultura patriarcale per fare soldi, diventare indipendente e emancipata. Una magnifica contraddizione.  

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Anche i repubblicani comprano l’intimo

La genialata di Sydney Sweeney? Non scoprirsi mai. Non ha mai rilasciato dichiarazioni politiche, non è schierata. Da questo punto di vista, mentre diventava ambasciatrice di Armani e Laneige, sfilava per Miu Miu, mentre celebrava la sua passione per le auto d’epoca (le Ford in particolare), la Sweeney si appropriava della vecchia massima di Michael Jordan: “anche i repubblicani comprano le scarpe”. Intimo nel suo caso, a gennaio ha lanciato SYRN, il suo brand (co-finanziato da Jeff Bezos). 

Del resto, non esiste cattiva pubblicità, solo pubblicità, tanto più nell’era dei social. Quella della Novig le ha portato critiche? Era previsto. Ma le ha portato anche nuovi follower, soldi e future opportunità. Ogni tentativo di screditarla, vedasi l’intervista a Katherine Stoeffel di GQ, ha solo dimostrato quanto Sydney Sweeney sappia benissimo quello che fa e come proporsi: l’antitesi al woke o cosiddetto tale, quello che a gran parte del pubblico maschile (non solo americano) non piace, non è mai piaciuto, non piacerà mai. C’era un vuoto in quel segmento enorme di pubblico, lei lo ha riempito, lo ha fatto suo. 

The White Lotus a parte, con EdenChristy e The Housemaid ha raccolto flop. Ma non le importa, non le serve, fa tutto parte di un branding personalizzato che lega emancipazione, american dream, capitalismo e sensualità in un abbraccio tanto redditizio, quanto distante dal cinema da cui lei proviene e che è solo un altro elemento della ricetta. Ecco chi è Sydney Sweeney: la fine del vecchio concetto di star cinematografica.