In che senso il Vaticano ha chiamato FKA twigs? La risposta è alla Biennale di Venezia
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In che senso il Vaticano ha chiamato FKA twigs? La risposta è alla Biennale di Venezia

di Tiziana Molinu

Quest’anno il Padiglione della Santa Sede ha deciso di stupirci veramente. Per l’occasione ha coinvolto 24 artisti tra cui anche Brian Eno e Patti Smith per un progetto sonoro ispirato a Santa Ildegarda

Il Vaticano si prepara a sorprendere il mondo dell’arte come non ci saremo mai aspettati. Non con un’enciclica o un affresco, ma con un’esperienza sonora che chiama a raccolta star come FKA twigs, Brian Eno e Patti Smith. Il Padiglione della Santa Sede, intitolato “The Ear Is the Eye of the Soul” (L’orecchio è l’occhio dell’anima) alla 61ª Biennale d’Arte di Venezia, trasformerà due luoghi simbolici in un invito alla contemplazione attraverso l’ascolto.

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Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione ha annunciato la lineup del proprio Padiglione per la Biennale d’Arte 2026, che aprirà al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026 in due sedi nel sestiere di Castello: l’antico Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Cannaregio e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice. Il progetto, già definito “rock” dalla stampa, è un’opera corale che coinvolge 24 artisti internazionali di diverse discipline, invitati a creare opere sonore inedite ispirate alla figura di Santa Ildegarda di Bingen, monaca benedettina del XII secolo, mistica e compositrice. L’obiettivo sarà quello offrire ai visitatori una vera e propria “preghiera sonora”.

La lineup del Vaticano alla Biennale di Venezia

La lista degli artisti coinvolti mescola generi e generazioni. C’è FKA twigs, appena atterrata dai palchi infuocati del Coachella, pronta a portare la sua sensibilità post‑internet e la sua fisicità radicale nel dialogo silenzioso con la spiritualità medievale di Ildegarda di Bingen. Accanto a lei, quasi in una sorta di contrappunto generazionale, siede Brian Eno, il pioniere che ha insegnato al mondo che il suono può essere architettura. A fare da ponte tra la sacralità del punk e la ruvidezza della preghiera arriva poi Patti Smith, la “sacerdotessa del rock”, presenza ormai familiare in quei crocevia dell’arte dove l’invocazione laica e il misticismo si stringono la mano.

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E ancora, la visione poetica e trasversale di Jim Jarmusch, il regista che ha già portato a casa un Leone d’Oro proprio in Laguna, contribuisce a sfumare i confini tra cinema, suono e racconto. In questo coro di voci singolari trovano spazio anche le esplorazioni elettroniche ipnotiche di Caterina Barbieri, la sofisticata sensibilità pop di Devonté Hynes (alias Blood Orange), la voce estesa e ultraterrena di Meredith Monk e la potente riflessione ambientale di Otobong Nkanga. A sigillare il tutto con un tocco di commovente memoria, sarà infine esposta un’opera postuma di Alexander Kluge, il gigante del cinema tedesco scomparso lo scorso marzo, la cui intelligenza continuerà a riverberare tra le navate di Santa Maria Ausiliatrice come un’eco del futuro appena passato.

Cosa succederà

Il progetto, curato da un dream team che vede Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers affiancati dalle sperimentazioni acustiche del Soundwalk Collective, si articola in due percorsi distinti ma spiritualmente comunicanti.

Nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, i visitatori si muoveranno nello spazio indossando cuffie, ma l’esperienza sarà ben lontana dalla passività dell’ascoltatore da salotto: le composizioni sonore risponderanno ai canti di Ildegarda come se l’aria stessa vibrasse delle sue antiche melodie, mentre uno strumento site-specific appositamente concepito “ascolterà” il giardino in tempo reale, catturando il fruscio delle foglie, il passo dei visitatori, il respiro del luogo, per trasformarlo in un tappeto sonoro in continua evoluzione. Una sorta di liturgia immersiva dove il confine tra chi ascolta e chi è ascoltato si dissolve nell’attimo presente.

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Attraversando idealmente la città, si approda poi al Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, che per l’occasione si trasformerà in uno scriptorium contemporaneo: un archivio di testi ildegardiani che dialoga con l’installazione postuma di Alexander Kluge, articolata in dodici stazioni come una via crucis intellettuale. Qui la materia sonora si deposita in forma di parola scritta e di immagine, creando uno spazio di sosta e di riflessione che completa il pellegrinaggio sensoriale iniziato tra le piante del giardino mistico.

Il nuovo corso del Vaticano nell’arte contemporanea

Questo padiglione sonoro, per quanto audace e inaspettato, non è affatto un fulmine a ciel sereno, bensì la tappa più recente e spettacolare di un “nuovo corso” che il Vaticano ha intrapreso con sorprendente coerenza negli ultimi anni, abbandonando l’immagine polverosa di istituzione diffidente verso il contemporaneo per abbracciare senza timidezze i linguaggi più radicali dell’avanguardia.

La premessa di questa metamorfosi va cercata appena due anni fa, quando alla Biennale Arte del 2024 la Santa Sede scelse di installare il proprio padiglione tra le mura del carcere femminile della Giudecca, affidandone le chiavi nientemeno che a Maurizio Cattelan, il provocatore per eccellenza, in un gesto che mescolava redenzione, scandalo e poesia con una naturalezza che lasciò il mondo dell’arte a bocca aperta.

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Quel percorso di dialogo tra spiritualità e contemporaneità è proseguito poi alla Biennale Architettura del 2025, dove il progetto “Opera Aperta” ha conquistato una menzione speciale proprio per la sua capacità di trasformare lo spazio espositivo in un luogo di cura e di ascolto. Oggi, con “The Ear is the Eye of the soul“, quel percorso trova la sua sintesi più alta e pop.  Del resto, come ha ricordato lo stesso Papa Leone XIV commentando il progetto, «l’algoritmo tende a ripetere ciò che funziona, ma l’arte apre a ciò che è possibile». In un tempo che ci vuole prevedibili, il Vaticano ha scelto di farsi imprevedibile.