Venezia 2026, i 5 film che possono vincere il Leone d’oro
Wild horse nine (Foto: Disney)

Venezia 2026, i 5 film che possono vincere il Leone d’oro

di Simona Santoni

A pochi giorni dal verdetto, la corsa al Leone d’oro entra nel vivo: ecco i cinque film che hanno conquistato critica e pubblico e possono vincere Venezia 2026

Chi saprà rapire il cuore di Maggie Gyllenhaal, presidentessa di giuria attratta dall’audacia e dall’anticonformismo, come dimostrano le sue prove di regia controverse, non ultimo l’ostico La sposa!, così punk, così pasticciato. Tra i 21 film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2026, chi vincerà il Leone d’oro? Werner Herzog, che ha fatto muovere e parlare all’unisono le sorelle Rooney e Kate Mara, o Ilya Khrzhanovsky, che ha imposto al pubblico una prova da tre ore e mezza di visione? Nanni Moretti, ormai rappacificato con il festival lagunare, o Lance Oppenheim, che lancia Robert Pattinson verso la sua prima nomination agli Oscar?

Tra le innumerevoli code dispiegate al Lido e i tavoloni affollati della sala stampa, è già iniziato il toto-leone. Ecco, secondo noi (e il sentiment di pubblico e critica), i 5 film che possono vincere Venezia 83.

Wild horse nine
Foto: Disney)
Immagine del film "Wild horse nine"

Wild horse nine di Martin McDonagh

Intelligente, sfrenato e sferzante, Wild horse nine è il film che mette d’accordo pubblico e critica (sia internazionale che italiana). Al Lido non c’è cinefilo che non lo abbia apprezzato con forza e che non si sia lasciato andare, durante la visione, a risate sperticate e a un applauso caldo sui titoli di coda.

McDonagh sceneggia con ritmo e acume come pochi sanno fare, ordendo uno spassoso buddy movie che è anche satira sulle nefandezze della CIA. A volte perde la misura della facondia verbale in bocca ai suoi personaggi, ma ha penna di abilità superiore e le sbavature son più che concesse.

Il duo di improbabili agenti e amici? Sam Rockwell e John Malkovich, che molti vogliono Coppa Volpi e con un futuro Oscar. Il regista britannico dal cuore irlandese saprà andare oltre i premi ai suoi torreggianti script (Golden Globe per le sceneggiature de Gli spiriti dell'isola e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che fu anche Premio Osella a Venezia), approdando a riconoscimenti più grandiosi?

Look back di Hirokazu Koreeda
Foto: Biennale di Venezia
Immagine di "Look back"

Look back di Hirokazu Koreeda

Forse ha giocato facile Koreeda, trasponendo in film una storia che è già stata sia manga che anime ed ergendo a protagoniste due ragazzine strappa-sorrisi (o lacrime). Ma il regista giapponese ha saputo giocar bene.

Look back è il racconto dolcissimo di due bimbette unite da una passione comune: disegnare manga. Con lo stesso sogno di diventare mangaka, vivono insieme tredici anni, condividendo idee e spunti grafici, superando paure e puntando insieme all’orizzonte. Quando la tragedia irromperà, sarà proprio la narrazione animata ad arrivare a soccorso, a mo’ di consolazione.

Già Palma d’oro a Cannes nel 2018 con lo stupendo Un affare di famiglia, Koreeda non ritrova quella profondità di esplorazione, ma centra la poesia. Molto apprezzato dalla stampa italiana, meno da quella internazionale, chissà se saprà commuovere Gyllenhaal & giurati.

Possible love di Lee Chang-dong
Foto: Biennale di Venezia
Immagine del film "Possible love"

Possible love di Lee Chang-dong

Lo ammettiamo: pur avendo amato visceralmente Poetry (2010) del maestro sudcoreano, Possible love (Ga-neung-han sa-rang) non ci ha conquistati. Lento a ingranare e faticoso nella struttura narrativa, sa un po’ di No other choice - Non c'è altra scelta, un po’ di Parasite, ma è meno incisivo nella costruzione della distanza di classe, incolmabile anche sotto lo stesso tetto di una villa vista mare.

Lee Chang-dong torna otto anni dopo Burning - L'amore brucia (e già questo è un evento) partendo da un fatto di cronaca vera: un licenziamento di massa e la violenta repressione di uno sciopero che hanno scosso la società coreana. La sua necessità di reagire si è tradotta in film.

Forse proprio per questo suo profondo significato sociale, Possible love è il film più amato dalla stampa internazionale al Lido e tra i più graditi della critica italiana. Sarà il film Leone d’oro di Venezia 2026?

Woman unknown di May el-Toukhy
Credits: Andrejs Strokins
Immagine del film "Woman unknown" di May el-Toukhy

Woman unknown di May el-Toukhy

Un altro film sulla seconda Guerra mondiale? Sì, ma Woman unknown (Kvinde ukendt) ci porge un punto di vista alquanto inedito, quello delle donne. O meglio, di una donna sul punto di svoltare la sua vita, da domestica a sposa di un ricco industriale, con un segreto compromettente che rischia però di scompaginare tutto.

Nella Danimarca del febbrile dopoguerra, tra macerie e festosità, la Resistenza non perdona chi ha avuto rapporti ambigui con i tedeschi. Il film esplora il tema del corpo femminile come campo di battaglia attraverso la prospettiva delle cosiddette collaboratrici orizzontali: le donne che intrecciarono relazioni con soldati degli eserciti occupanti. A conflitto finito furono perseguitate, umiliate pubblicamente e condannate a uno stigma destinato a segnarle per sempre.

May el-Toukhy, per di più, aggiunge crudeltà su crudeltà, rendendo il suo racconto ancora più stratificato: a volte anche le vittime sanno essere spietate. Unica regista donna in concorso (oltre a Rachel Szor che co-firma Naza), avrà probabilmente un posto speciale nelle predilezioni di Maggie Gyllenhaal.

DAU
Credits: Phenomen Berlin
Immagine del film "DAU"

DAU di Ilya Khrzhanovsky

DAU è molto più di un film. È un progetto epico e folle nato oltre un ventennio fa, da cui già sono stati ricavati 14 lungometraggi e attorno a cui ronzano scandali e polemiche. Il regista di Mosca, che nel 2024 ha rinunciato alla cittadinanza russa, in un campo alla periferia di Kharkiv, in Ucraina, ha costruito un set cinematografico di 12000 metri quadrati, ispirato all'istituto di ricerca diretto dal pioniere della fisica quantistica Lev Landau.

Qui migliaia di partecipanti, vestiti in stile sovietico degli anni '30-'60, sono stati filmati per tre anni. Finora però non aveva mai visto la luce il “film madre” del progetto, ovvero il biopic su Landau da cui è nata l’operazione colossale. E finalmente si svela a Venezia.

Esplorazione dei meccanismi del potere e dei regimi totalitari, DAU è un’opera fuori dagli schemi che potrebbe stuzzicare il coraggio della giuria. Dovrebbe trovare un’audacia doppia: il Ministero degli Esteri di Kiev ha infatti criticato la sua presenza in concorso, fermamente difesa dalla Biennale di Venezia (la produzione è tedesca, con Francia e Svezia come Paesi coproduttori). Consegnare al film il Leone d'Oro di Venezia 2026 sarebbe un gesto potente, capace di rivendicare l’autonomia dell'arte rispetto ai legacci geopolitici.