BTS contro i Grammy: un “no” che mette in discussione il sistema
Il gruppo sudcoreano ha deciso di non presentarsi ai Grammy 2027 dopo la creazione del premio “Best Asian Pop Music Performance”. Ma dietro il rifiuto c’è una questione molto più grande: chi decide ancora cosa è musica globale e cosa invece deve essere definito in base alla geografia?
29 luglio 2026, una notizia scuote l'industria musicale internazionale. I sette membri dei BTS pubblicano sui loro account Instagram un messaggio identico, asciutto, privo di enfasi: “Abbiamo deciso di non presentarci ai Grammy quest'anno. Speriamo che la musica possa essere ascoltata e amata per ciò che è, invece di essere suddivisa per regione o lingua”.
Nessun nome fatto, nessuna categoria citata esplicitamente, nessun tipo di accusa. Eppure, leggendo tra le righe la motivazione è tutt'altro che misteriosa, e va ricollegata al 16 di giugno. Data in cui la Recording Academy ha annunciato l'introduzione di una nuova categoria: Best Asian Pop Music Performance, dedicata agli artisti che utilizzano in modo “significativo” una o più lingue asiatiche. K-pop, J-pop, C-pop: tutti sotto lo stesso ombrello geografico.
La gabbia dorata del “Best Asian Pop”
Sulla carta, un gesto di inclusione. Nella pratica, per molti, l'ennesimo tentativo di tenere gli artisti asiatici nel loro recinto. “Asian Pop” non identifica necessariamente un suono. Identifica soprattutto una provenienza. Dentro la stessa categoria possono finire industrie musicali profondamente diverse, dalla Corea al Giappone, dalla Cina all'India. E il criterio geografico rischia di diventare una scorciatoia per descrivere fenomeni musicali che hanno ormai superato i confini dai quali provengono.
Il New York Times lo ha definito un tentativo della Recording Academy di “tenere la crescente popolarità dei gruppi K-pop lontana dalle categorie di prestigio”. Le Figaro è stato ancora più duro, titolando: “Derogatorio e razzista: i Grammy si sparano sul piede con un nuovo premio per il pop asiatico”.
Nel frattempo però, qualcosa si è mosso. la Recording Academy ha iniziato a riconsiderare la categoria. Il CEO Harvey Mason Jr. e i vertici dell'organizzazione hanno avviato consultazioni con rappresentanti dell'industria K-pop, J-pop, C-pop e indiana, coinvolgendo anche HYBE, la società che rappresenta i BTS. Il Board of Trustees e l'Awards & Nominations Committee sono ora chiamati a valutare se e come modificare il premio.
Mason Jr., si è detto "rattristato", precisando che la nuova categoria nasce per celebrare la crescita del pop asiatico, non per dividerlo. Cinque nomination in tre anni, Dynamite, Butter, My Universe con i Coldplay, un featuring nell'album of the year vinto dagli stessi Coldplay, il video diYet to Come, zero vittorie. I conti, i BTS, sanno farli da soli.
Ma non è nemmeno interesse personale travestito da principio. "Arirang", l'album del ritorno dal servizio militare, cantato in gran parte in inglese, ha debuttato al numero uno da Stati Uniti a Corea del Sud. La nuova categoria richiede "uso significativo" di una lingua asiatica: difficilmente Arirang sarebbe stato eleggibile. I BTS non stanno scansando una categoria minore per blindarsi quella maggiore. Non stanno dicendo che la musica asiatica non debba essere riconosciuta. Stanno mettendo in discussione il modo in cui viene definita.
La domanda, allora, non è più perché i BTS abbiano detto no ai Grammy. È perché un gruppo che ha passato l'ultimo decennio a conquistare il centro del pop mondiale debba essere celebrato attraverso una categoria costruita intorno alla propria provenienza.
Il precedente Bad Bunny e la dimensione geopolitica
A rendere il dibattito ancora più significativo è quello che è accaduto ai Grammy appena pochi mesi fa. Nel febbraio 2026 Bad Bunny ha vinto l'Album of the Year con Debí Tirar Más Fotos, diventando il primo album in lingua spagnola a conquistare il premio più importante della serata. È un dato di fatto che non si può più ignorare: la lingua non inglese non è più necessariamente un ostacolo per arrivare al vertice della musica americana.
È vero, la musica latina, ai Grammy, si divide dal 1984 in almeno cinque categorie costruite per genere musicale (pop, rock o alternative, música urbana, tropicale, regionale messicana) non per area geografica. Lo stesso Bad Bunny aveva già vinto música urbana due volte, nel 2022 e nel 2023, prima di arrivare all'album of the year: la categoria specifica gli ha fatto da trampolino, non da recinto. Asian Pop Music Performance nasce diversamente, una sola casella per tre industrie musicali, tre lingue e tre tradizioni distinte, K-pop, J-pop, C-pop, accomunate solo dalla geografia. È la differenza tra dividere per stile e dividere per etnia, ed è quella differenza, più della categoria in sé, ad aver acceso la protesta.
Ed è qui che il caso acquista una dimensione geopolitica. Se un album interamente in spagnolo può diventare Album of the Year, perché il coreano dovrebbe essere automaticamente associato a una categoria regionale? La questione non riguarda soltanto i BTS. Riguarda la progressiva perdita del monopolio culturale esercitato dall'industria angloamericana.
Per molto tempo la globalizzazione dell'intrattenimento ha significato soprattutto americanizzazione: Hollywood, MTV, Billboard, i Grammy. Oggi il modello è più frammentato. Netflix produce e distribuisce serie coreane in tutto il mondo. Gli idol sudcoreani diventano volti globali delle maison francesi e italiane. Gli artisti latinoamericani arrivano ai vertici dei premi americani cantando in spagnolo. In quest'ottica il rifiuto dei BTS è un'affermazione di sovranità culturale. È dire: la nostra musica non ha bisogno di essere convalidata da un'istituzione americana per avere valore.
Il K-pop è già dentro il pop (e la cultura) globale
Oggi, i BTS, gruppo che il presidente sudcoreano aveva nominato inviato speciale alle Nazioni Unite per rappresentare la cultura del Paese, che a luglio ha condiviso il palco dell'halftime show della finale del Mondiale con Madonna, Shakira e Justin Bieber, non ha bisogno di un timbro della Recording Academy per certificare la propria rilevanza.
Così come gli Stray Kids o le Blackpink, ormai capaci di muovere audience e fatturati da superstar globali. Sono musica, certo, ma anche industria dell'intrattenimento, fandom, piattaforme digitali, moda, advertising, turismo, economia, soft power. Il processo è andato ben oltre la musica e i confini nazionali. E mentre i Grammy discutevano se servisse una stanza a parte per il pop asiatico, la moda aveva già risposto.
Jimin è ambassador globale di Dior dal 2023. V è il volto di Celine. RM è legato a Bottega Veneta, vestito dal direttore creativo Matthieu Blazy per le promozioni del suo album da solista. J-Hope rappresenta Louis Vuitton, Suga è Di.Va ambassador di Valentino, Jungkook è sceso in passerella per Calvin Klein, Jin per Gucci. Nessuna maison li ha presentati come il volto asiatico del marchio. Sono, semplicemente, il volto del marchio; la stessa casella in cui stanno gli altri ambassador, senza sottocategorie.
I Grammy, nati per fotografare e certificare l'industria musicale americana, si trovano così davanti a un problema che va ben oltre una categoria. Devono capire come premiare un mondo nel quale le geografie musicali sono diventate porose e nel quale un artista può essere contemporaneamente locale e globale, radicato nella propria cultura e perfettamente inserito in un immaginario internazionale.
Forse è questa la vera lezione del caso BTS. Va bene riconoscerli come artisti asiatici. Quello che i BTS non accettano è che essere asiatici diventi la categoria attraverso cui ascoltare la loro musica. E ciò che è in gioco non è un premio. È il futuro di un'industria che deve imparare che il mondo non ruota più intorno a un solo meridiano.