Dustin Hoffman, guardarsi indietro a 88 anni

Dustin Hoffman, guardarsi indietro a 88 anni

Da oltre 60 anni Dustin Hoffman racconta l’umanità attraverso i suoi personaggi. A 88 anni, con l’autobiografia Look at Me, l’attore torna sui film, gli incontri e i ricordi di una vita straordinaria per guardare finalmente dentro sé stesso.

Photo by Mario Sorrenti
di Mathias Rosenweig

Soltanto poche delle storie di oggi tracciano una parabola lunga quanto quella di Dustin Hoffman. Salito alla ribalta negli anni '60, ha contribuito a ridefinire l’estetica del protagonista maschile hollywoodiano a partire dal ruolo ne Il laureato (1967), che a 30 anni lo ha fatto conoscere al grande pubblico. L’interpretazione del giovane Benjamin Braddock, fresco di studi (nonché concupito dalla ormai proverbiale Mrs Robinson, alias l’inarrivabile Anne Bancroft) restituisce una vulnerabilità e una complessità che imprimono una brusca sterzata rispetto all’immagine inamidata delle star del cinema di un tempo.

Hoffman ha poi continuato a scrivere la storia del grande schermo con Un uomo da marciapiede (1969), Il piccolo grande uomo (1970), Kramer contro Kramer (1979) e Rain Man (1988), collezionando otto nomination agli Oscar e due statuette come migliore attore. Pur avendo dato un contributo inestimabile al cinema, in 60 anni di carriera non aveva ancora raccontato le vicende che più di tutte ora chiedono attenzione, ovvero quelle della sua storia personale.

dustin hoffman
Photo by Mario Sorrenti
Abito, camicia e dolcevita Brioni

L’autobiografia sarà pubblicata l’11 novembre con il titolo Look at Me, ma scriverla non è stato facile. Nel periodo in cui ripercorreva la propria esistenza, Hoffman ha infatti perso amici carissimi tra cui Robert Redford, al suo fianco nel celebre Tutti gli uomini del presidente, una pietra miliare del thriller politico. «La sua scomparsa l’anno scorso mi ha toccato profondamente. Mentre scrivevo il libro sono mancati anche altri due tra i miei amici di più vecchia data, Gene Hackman e Robert Duvall, con cui ho condiviso molto a New York quando ci affacciavamo da ventenni al lavoro di attore. Fa strano essere rimasto l’ultimo di noi tre».

Prima di accingersi a scrivere di sé, Hoffman ha passato una vita a sforzarsi di decifrare l’altro. Ciò che ha reso intramontabili le sue prove di recitazione è proprio lo scavo emotivo alla base, e lui è noto per essere uno degli attori più meticolosi di Hollywood. In Tootsie il ruolo di Hoffman è quello di un attore che ha la nomea di incontentabile, al punto da non vedersi assegnare nessun ruolo finché non si traveste da donna. In quell’occasione lo ha diretto Sydney Pollack, che in un commento memorabile ha descritto sia Hoffman sia il suo metodo così scrupoloso come “impossibile”, per poi aggiungere: «Dustin mi ha fatto 100 domande, di cui 99 geniali».

Lo stesso approccio profondamente indagatore di ogni sentimento è stato riversato nella stesura dell’autobiografia. Hoffman commenta così il processo di scrittura: «La mia mente vaga libera e i miei sentimenti la raggiungono. La struttura del libro segue associazioni tematiche piuttosto che l’ordine cronologico degli eventi, perché è così che io ricordo la mia vita e il lavoro sul set. A quasi 90 anni i ricordi non seguono più una progressione lineare… tutti i personaggi che hai raffigurato e i progetti che hai portato avanti creano nella testa un mosaico di tessere mobili. Mi rendo conto che c’è un aspetto psichedelico, ma è proprio così che io vivo i miei 88 anni».

Non sorprende quindi che, iniziata la stesura del libro, Hoffman abbia messo la sua tipica accuratezza e lo stesso rigore nell’analisi del proprio passato, riguardando tutti i film in cui ha recitato. E questa attività ha avuto un risvolto inatteso: «Nel rivederli mi sono sorpreso di quanto molti siano ben fatti. Penso per esempio a Sesso e potere. Mi sono detto, cosa si può pretendere di più da un film?».

dustin hoffman
Photo by Mario Sorrenti
Giacca e camicia Brioni

Durante la scrittura sono anche riaffiorati alla mente alcuni aneddoti. Riferendosi al cult che racconta l’inchiesta sul caso Nixon, ricorda: «Robert ebbe l’idea che ciascuno di noi imparasse anche le battute dell’altro, non solo le proprie, in modo che riuscissimo a dire la stessa cosa contemporaneamente, sorprenderci a vicenda senza badare a chi avesse detto cosa. Funziona a meraviglia. Siamo come un unico individuo».

Non è scontato riuscire a immaginare di farsi passare davanti agli occhi una parte così consistente della propria vita, come successo a Hoffman. Storicamente, la pressoché totalità degli esseri umani che sono esistiti non ha avuto la possibilità di rivivere il proprio passato grazie alla fotografia, e i video fanno ancora più eccezione. Solo una minuscola fetta dell’umanità ha visto attori e personaggi pubblici trovarsi spesso davanti alla telecamera e, incidentalmente, creare una testimonianza visiva di interi decenni di vita.

Pur costituendo una finzione scenica, quelle interpretazioni restano legate a doppio filo a ricordi sinceri: le amicizie nate sul set, i lutti che gli attori hanno portato dentro durante le riprese, i matrimoni celebrati o finiti durante una produzione. Oggi, invece, quasi chiunque crea un archivio della propria vita sullo smartphone e tramite i social, quindi molti di noi saranno in grado prima o poi di ripercorrere la propria storia da spettatori, come una volta potevano fare solo i professionisti della recitazione.

Nel caso di Hoffman, è lui stesso a dire che, a tratti, ha fatto fatica a riconoscersi. Però ci scherza su: «Francamente non so cosa ho fatto o non fatto per ottenere quel risultato nei film in cui mi sono piaciuto. Ho l’impressione che sullo schermo ci sia un perfetto estraneo». E si tratta effettivamente di una persona del tutto diversa. Dopo l’uscita di quelle pellicole Hoffman è stato figlio, marito, padre, regista e, ora, autobiografo. Forse grazie a una sufficiente distanza temporale, prova un certo orgoglio in questa retrospettiva.

dustin hoffman
Photo by Mario Sorrenti
Dolcevita Brioni

«Di alcune rese non ero per niente convinto, ma riguardandole mi sono detto di aver fatto un ottimo lavoro. Se stessi guardando un altro attore penserei che abbia lavorato bene, e mi creda: alla mia età riguardare le scene girate da giovane è come trovarsi davanti un’altra persona». A scanso di equivoci: non sta abbandonando la recitazione. L’anno scorso l’abbiamo visto in Tuner-L’accordatore, in cui veste i panni di un accordatore non più nel fiore degli anni che instaura un rapporto paterno con un talentuoso giovane pianista affetto da ipersensibilità ai suoni.

Sull’approccio al ruolo e in generale alla recitazione, afferma: «Inizio sempre cercando di trovare dei punti in comune tra me e il personaggio. Ma dico personaggio tra virgolette perché ciò che faccio è capire se riesco a ritrovare la persona che devo interpretare in una versione di me stesso o in un angolo della mia interiorità». Per molti versi questa è la filosofia che ha guidato tutta la sua carriera.

Nei suoi personaggi più celebri abbiamo sempre visto tantissimo di Hoffman come persona. Se, però, tramite la recitazione ci si può esprimere o mostrare in modo indiretto, l’autobiografia espone l’artista e lo costringe a mettere a nudo la sua anima senza intermediari.

Dalle vette della recitazione statunitense, l’autobiografia di Hoffman si cala nelle sue questioni personali più profonde, come il rapporto tra successo e felicità: li ha sperimentati entrambi in momenti diversi di una vita fuori dal comune. A 88 anni e dopo aver finalmente rivolto lo sguardo verso se stesso, la distinzione tra i due gli è sorprendentemente chiara e se gli si chiede, appunto, quale sia il rapporto tra successo e felicità, non c’è esitazione nella risposta: «Il successo è più facile».

In apertura Dustin Hoffman indossa camicia, dolcevita e pantaloni Brioni. Photos by Mario Sorrenti, styling by Gro Curtis. Grooming: Kumi Craig @The Wall Group. Styling assistant: Myron Hernandez. Tailor: Jacqui Bennett @Carol Ai Studio. Set design: Philipp Haemmerle. Casting: Calvin Wilson @Establishment NYC. Production: Katie Fash. Production manager: Layla Néméjanski. On-set producer: Steve Sutton. Location: Mario Sorrenti Studio.