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La filosofia di Pietro Castellitto

di Corinne Corci - 6 Novembre 2020

La nostra intervista a Pietro Castellitto, pubblicata sul numero 62 di Icon. Regista e attore tra i protagonisti della New Generation del cinema italiano, ci racconta la sua visione del lavoro e della vita.

È iniziato tutto con Nietzsche. «Mi ha cambiato la vita e in qualche modo è riuscito a tranquillizzarmi. Avevo 17 anni quando ho letto La volontà di potenza, ed era come se improvvisamente alcune sensazioni e disagi avessero trovato le parole giuste», così Pietro Castellitto, che ora di anni ne ha 28, si era sentito meno sprovveduto. Al di là del bene e del male. Capita anche a Federico, il laureando in Filosofia che interpreta ne I predatori, il film-incrocio ironico tra personaggi e stereotipi sociali con cui l’attore e regista romano ha debuttato dietro alla macchina da presa, e con cui ha ottenuto il Premio Orizzonti per la migliore sceneggiatura alla 77a edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

«Ma ci ho messo tantissimo per esordire. La mia fortuna è stata quella di aver riscontrato abbastanza presto il fallimento come attore». Sorride, questo sarà probabilmente uno dei pochi giorni di sole dell’intera settimana a Milano, sul balcone si toglie il cappotto della collezione Uomo Autunno/Inverno 2020-21 di Fendi con cui ha scattato, «per posare credo di avere 40 minuti di autonomia».

Primogenito di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, dopo il ruolo nel 2004 in Non ti muovere, diretto dal padre e tratto dal romanzo della madre, e successivamente ne La bellezza del somaro, Venuto al mondo, ed È nata una star?, ha smesso di recitare intorno ai 22 anni, «E a quel punto ho iniziato a scrivere». Questo film, ma anche altri tre o quattro, un paradosso, considerando che i suoi Predatori sono nati dal fatto di essere tornato su un set, quello de La profezia dell’armadillo, «Lì ho conosciuto Domenico Procacci e gli ho fatto leggere il mio soggetto». A 15 anni si è reso conto che avrebbe voluto fare il regista, «Ci pensavo vedendo alcuni film, Scorsese, Sam Mendes, e riflettevo su quel senso di libertà che la recitazione non ti può dare. Ma sinceramente non sapevo quanto ci fossi portato».

E intanto prendeva forma Federico, il personaggio che muove il film nonché l’unico autobiografico, «In lui ho catalizzato l’alienazione, la frustrazione tipicamente giovanile che si prova a un certo punto», tanto che anche Pietro è laureato in Filosofia, come tutti quelli che vorrebbero reinventare il mondo, o almeno capire se esista un modo per farlo dalle fondamenta. «Ho pensato persino di fare il professore, ma non ne sarei stato in grado». Eppure essere un regista, muoversi in un ambiente contraddistinto da un aspetto così corale come un set non è molto diverso dall’insegnamento, «Certo, ma se è per questo volevo fare anche lo sportivo, magari il tennista come Federer. E poi ho capito che il cinema era una via di mezzo tra un pensiero fisico e uno più intellettuale, che si arricchisce proprio facendo altro, come se non sprecassi mai tempo ma servisse tutto», anche ascoltare Fabri Fibra, «In famiglia lo sentiamo spesso». È sempre Pietro ad aver composto il brano rap che si sente in una scena de I predatori, “rimango sola con queste rime storte tra le mani stringo la mia sorte, nonna perché il futuro fa più paura della morte”, «Nel film la faccio cantare a mia sorella».

Nel ruolo di uno sportivo – «e che sportivo» – tra poco lo vedremo su Sky, nella nuova serie Speravo de morì prima, in cui Pietro interpreterà Francesco Totti, una responsabilità considerato un significativo passato in curva, «Per carattere non percepisco le responsabilità, piuttosto sento il desiderio di accontentare le persone che stimo, e io sono cresciuto con il poster di Totti in stanza. Comunque se sbaglio me menano».

Cresciuto tra cinema e letteratura, c’è una parte ulteriore, il ruolo di “figlio d’arte” interpretato ininterrottamente e ormai metabolizzato, «I vantaggi li vedono sempre tutti, e su quei vantaggi ci costruiscono una retorica. Invece gli svantaggi non li nota mai nessuno». Che alla fine è una questione di ambizioni, di ciò che vuoi fare davvero, «E anche di personalità. Quella che ti permette di resistere nel tempo al contrario del talento che tende a evaporare, di non essere solo un “figlio di”. E la personalità va coltivata, fa in modo che tu ti chieda chi stai accontentando quando reciti, scrivi, parli, dirigi. Se lo fai per te stesso o per qualcun altro. Conta sempre quanto riesci a ingannare il sistema, forse».

O a inserirlo in un disegno personale in cui potremmo essere in grado di comprenderlo, come fa un regista. «Stare dietro alla macchina da presa è stata la sfida più grande. Perché il film lo scrivi in cameretta da solo, invece per la regia è tutto diverso. In Italia sei un “giovane regista” se riesci a esordire a 45 anni, oppure sei i gemelli D’Innocenzo [Damiano e Fabio, autori di Favolacce, nda]. Per una serie di circostanze mi sono ritrovato a mettere in scena quell’immaginario che avevo a 22 anni, quella spensieratezza, quella rabbia». Penso alla voce narrante di Dogville di Lars von Trier, “era come se la sua afflizione avesse trovato la sua collocazione”. «Per questo è molto sano iniziare da giovani, perché il cinema lo impari sbagliando e solo a questa età hai il coraggio o la libertà di sbagliare. E io vorrei sentirmi sempre libero».

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Articolo pubblicato su Icon 62.

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Fotografie: Laura Sciacovelli
Styling: Edoardo Caniglia
Grooming: Franco Chesse
@Freelancer Agency
Styling Assistant: Federica Arcadio
Location: Fiori Artificiali

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