L’olimpo della moda: gli stilisti più influenti del 2026
Da Matthieu Blazy a Miuccia Prada, vediamo chi sono i designer che decidono – più di chiunque – altro come ci vestiremo
Nel 2015 Balenciaga valeva, in termini di fatturato, una frazione di quello che vale oggi. Nel giro di un decennio, sotto la guida di un solo uomo, quel numero ha sfiorato i due miliardi di dollari. A febbraio 2026 quello stesso uomo, Demna, ha lasciato la maison per andare a rifondare Gucci. Nello stesso periodo, a Parigi, l'arrivo di un designer franco-belga quasi sconosciuto al grande pubblico ha riportato file chilometriche fuori dai negozi Chanel, sold out in poche ore.
Nessuno di questi numeri nasce da un'ispirazione improvvisa. Nasce da una scelta precisa, presa in un consiglio d'amministrazione, di scommettere su una persona invece che su un'altra; e di darle il potere di decidere, per milioni di uomini che non lo sapranno mai, come vestiranno la prossima stagione. Nel 2026 quel potere è diviso alcuni nomi ben precisi. Sono gli stilisti più influenti del momento. Alcuni rispondono a Parigi, altri a Milano, altri ancora solo alla propria firma. Qui i loro nomi.
Matthieu Blazy, Chanel
Quarto direttore creativo nella storia di Chanel dopo Coco Chanel, Karl Lagerfeld e Virginie Viard, Matthieu Blazy arriva alla maison nel dicembre 2024 da Bottega Veneta, dove in tre anni si era già costruito la reputazione di uno dei più influenti della sua generazione. Debutta nel prêt-à-porter a ottobre 2025, si consacra con l'Haute Couture primavera-estate 2026. I numeri parlano più di lui: le sue prime collezioni svuotano gli scaffali in poche ore, con file fuori dai negozi di Parigi e New York che una maison data per appannata non vedeva da anni. Chanel non ha una linea uomo, e non ne ha in programma; eppure il pubblico maschile sembra non aspettare altro. È l'unico di questa lista inserito nel Time 100 del 2026 tra le persone più influenti al mondo.
Jonathan Anderson, Dior
Da giugno 2025 Jonathan Anderson è l'unico direttore creativo di Dior per tutte le linee. C'è sempre e solo lui dietro l'uomo, la donna e l'alta moda. Si tratta della prima volta nella storia della maison che una sola persona tiene in mano tutte le linee, dopo l'uscita di Kim Jones e Maria Grazia Chiuri. Prima di Parigi aveva passato undici anni a Loewe, oltre al proprio marchio JW Anderson, fondato nel 2008. La sua influenza ha superato da tempo i confini della moda: ha vestito Rihanna per il reveal della gravidanza al Super Bowl, Zendaya per il press tour di Challengers, firmato i costumi per Guadagnino. Nel 2024, prima ancora di arrivare a Dior, era già nel Time 100.
Miuccia Prada, Prada / Miu Miu
Miuccia Prada prende in mano l'azienda di famiglia nel 1978, allora una piccola pelletteria milanese fondata dal nonno Mario nel 1913, e nel giro di un decennio la trasforma nel gruppo che oggi comprende anche Miu Miu, fondato nel 1993 e diventato il suo laboratorio più sperimentale. Solo dal 2020 condivide la direzione creativa di Prada con Raf Simons, in un assetto a responsabilità paritaria che resta un unicum nel sistema moda: nessuno dei due comanda sull'altro. Nella collezione uomo autunno-inverno 2026, Before and Next, ha parlato di eleganza come disciplina mentre il guardaroba maschile si stringeva in silhouette più asciutte. Nel Time 100 c'era già nel 2005 (e poi nel 2025); nell'edizione 2026 è lei a firmare il tributo per un altro nome della lista, non il contrario.
Pharrell Williams, Louis Vuitton
Direttore creativo dell'uomo di Louis Vuitton dal 2023, Pharrell Williams resta il nome più mediatico del gruppo LVMH. Non nonostante la sua storia da musicista, ma proprio grazie a quella. Tredici Grammy, la produzione dei dischi di Justin Timberlake e Daft Punk, il singolo Happy: era già nel Time 100 nel 2014, un decennio prima di arrivare in atelier. Oggi la sua direzione si muove sull'asse tra streetwear e couture, con collaborazioni; su tutte quella con Nigo, amico di lunga data e socio in Billionaire Boys Club, che raccontano una strategia di posizionamento culturale prima ancora che estetica.
Anthony Vaccarello, Saint Laurent
Vaccarello non è mai comparso nel Time 100, e probabilmente non gli interessa: la sua influenza si misura in numeri più prosaici. Da quando ha preso la direzione creativa di Saint Laurent, nell'aprile 2016, mettendo in pausa il proprio marchio eponimo, le vendite della maison sono cresciute a doppia cifra nei trimestri successivi alla nomina. Mentre Demna sposta gli equilibri da Gucci e Piccioli riscrive quelli di Balenciaga, è lui a garantire la continuità di un linguaggio riconoscibile (sartoria stretta, riferimenti anni Settanta) nello stesso gruppo, Kering, che intorno a lui sta ridisegnando tutti gli organigrammi.
Demna, Gucci
Dal 2015 al 2025, alla guida di Balenciaga, Demna ha portato il fatturato della maison a sfiorare i due miliardi di dollari, trasformando un marchio di alta moda in fenomeno culturale globale tra couture, Fortnite e collaborazioni con Kanye West. Nel 2022 era diventato il primo georgiano mai inserito nel Time 100. A marzo 2025 è stato nominato direttore creativo di Gucci, dove ha debuttato solo a febbraio 2026 con parole nette: «Gucci deve diventare un sentimento, un aggettivo». È il cambio più discusso e più rischioso dell'anno, una scommessa che Kering ha fatto sui numeri di Demna, non sulla sua fama.
Pierpaolo Piccioli, Balenciaga
Il suo è il movimento più speculare a quello di Demna. Dopo venticinque anni in Valentino, Piccioli lascia la maison romana nel marzo 2024. A maggio 2025 Kering lo chiama a guidare proprio Balenciaga, succedendo a Demna in partenza per Gucci: dal 10 luglio 2025 il poeta della couture romantica prende il timone della maison che il suo predecessore aveva trasformato nel tempio dello streetwear post-ironico. Il debutto di ottobre 2025 non cancella l'eredità di Demna, la reinterpreta; la couture di luglio 2026, tra rosa elettrico e verde menta, riceve una standing ovation. Era già nel Time 100 nel 2019, quando guidava ancora Valentino.
Thom Browne
«Un creatore di mondi», lo ha definito il Time 100 nel 2023, capace di reinventare il lessico della moda restando fedele alla sua uniforme grigia. Ha fondato il proprio marchio nel 2001 ed è oggi presidente del CFDA, il Council of Fashion Designers of America; un ruolo che lo rende, oltre che designer, uno degli architetti istituzionali della moda americana. Resta uno dei pochi nomi di questa lista a rispondere solo a se stesso: nessun gruppo, nessun cda, nessuna scommessa altrui dietro le sue collezioni. La sua uniforme grigia, del resto, non ha mai avuto bisogno di conferme esterne per restare un codice riconoscibile in tutto il mondo.
Raf Simons, Prada
Nel 2017 era già nel Time 100, l'anno in cui aveva appena lasciato Dior per diventare chief creative officer di Calvin Klein: il tributo, insolito per il genere, portava la firma del rapper A$AP Rocky. Prima ancora aveva fondato, nel 1995, il proprio marchio di menswear, chiuso nel 2022 dopo ventisette anni di attività, ed era stato alla guida di Jil Sander dal 2005 al 2012 e di Dior dal 2012 al 2015. Dal 2020 condivide con Miuccia Prada la direzione creativa di Prada. La sua cifra resta il rigore concettuale unito a un'attenzione quasi affettiva al dettaglio, un colletto tolto, un polsino che scivola, riconoscibile in ogni marchio per cui è passato.
Nigo, Kenzo
Primo direttore artistico giapponese dopo il fondatore Kenzo Takada, dal 2021. Un caso di scuola: LVMH ha scommesso su un collezionista-imprenditore (fondatore di BAPE e Human MadeI più che su un designer in senso classico, per rilanciare un marchio che aveva perso identità. La retrospettiva a lui dedicata al Design Museum di Londra, aperta a maggio 2026, certifica quanto quella scommessa sia già diventata narrazione ufficiale. La sua filosofia la riassume lui stesso: «Fashion + Music = Culture». Poche parole che spiegano meglio di un comunicato stampa perché LVMH lo abbia voluto proprio lì.