I film da vedere assolutamente: la guida definitiva
Da “Interstellar” a “Dogtooth”, da “Old boy” a “Tutto su mia madre”. Alcune narrazioni restano addosso per sempre. C’è un prima e un dopo averle viste. Ecco i nostri film “spartiacque”
Per alcuni film, c’è un prima e un dopo la loro visione. Restano addosso a lungo, cambiano il linguaggio interiore, nella vita quotidiana tornano in sensazioni o immagini iconiche. Sono film speciali, che entrano sotto la pelle, in intercapedini inesplorate, e sanno leggere quello che non sappiamo dire. Fanno tanto male o così bene. Danno voce, fuoco e gelo. Sono così affilati e rock, passionali o raggelanti. Di impatto travolgente.
Al di là dei grandi classici che hanno fatto la storia del cinema, qui ci concentriamo sugli ultimi quarant’anni di film da vivere addosso. Da vedere assolutamente.
Tutto su mia madre (1999) di Pedro Almodóvar
Tragico e divertente, Tutto su mia madre è il film della vita di molti, il capolavoro della nutrita filmografia di Almodóvar. I rossi carichi che lo percorrono, il volto giovane e tenero di Penélope Cruz come suora incinta con Hiv, i modi risoluti di Marisa Paredes, immensa, che nei panni di una celebre attrice teatrale omaggia la Bette Davis di All about Eve. E Cecilia Roth, madre dolente, nella sua performance più bella.
Un tributo alle mamme, al cinema e alle donne in genere, con l’amore e la bellezza che trovano posto nei luoghi più inattesi, ai margini della società, tra trans, prostituzione e tribolazioni Lgbtq+. Il regista spagnolo orchestra con quell’umanità calda che gli conosciamo il suo film più ispirato, da vedere assolutamente. Più e più volte.

La zona d’interesse (2023) di Jonathan Glazer
Inquietante e meraviglioso, La zona d’interesse striscia e lacera dentro con le sue immagini di orrifica quiete. Nella villetta paradisiaca che lambisce il campo di concentramento di Auschwitz, la famigliola felice del comandate di Rudolf Höß consuma il suo bucolico idillio. Sandra Hüller, presa nelle sue composizioni floreali, è atrocemente eccezionale.
Del genocidio in atto non si vede nulla frontalmente, ma tutto si sente e intuisce: il latrato di cani, gli spari, il fumo dei forni. Con sguardo creativo fuori dal comune, Glazer sorprende subito iniziando il film con un minuto di schermo nero, che resta addosso come parte integrante della narrativa del male. I suoni distorti della compositrice Mica Levi perseguitano, angosciante e conturbante colonna sonora del male. Sull’Olocausto si è visto tanto, ma raramente con la sottile potenza di arte e sensi di questo capolavoro.
Bastardi senza gloria (2009) di Quentin Tarantino
Bastardi senza gloria è un film che non esce più dalla testa. Ogni volta che la preoccupante attualità geopolitica frustra con lame di guerra e sopraffazioni, vorremmo essere in abito scarlatto insieme a Mélanie Laurent – che deve proprio a Tarantino la sua gloria – dentro quel cinema che ospita Hitler e sovvertire la Storia, mandando all’aria ogni follia genocida.
Più dello spietato e croccante Le iene o del cult di tutti Pulp fiction, noi adoriamo questo sogno impossibile di Tarantino, la quintessenza del suo cinema: violento, estremo, esplosivo. Con dialoghi acuminati e una storia di vendetta che ci porta nell’Europa occupata della seconda guerra mondiale, tra ebrei a caccia di scalpi nazisti e un’attrice tedesca (Diane Kruger) spia per gli Alleati. È il cinema che salva.
Se è esilarante sentir Brad Pitt parlottare italiano, è entusiasmante fare la conoscenza di Christoph Waltz, alla sua prima collaborazione con il regista pulp. Chapeau!

Interstellar (2014) di Christopher Nolan
Tra distese di campi di mais, tempeste di sabbia e nuove galassie da esplorare, Interstellar è un’avventura fantascientifica enigmatica e affascinante. In un futuro distopico, con la Terra ormai spolpata e spacciata, la ricerca di nuovi luoghi da abitare si proietta nel cosmo.
Lo spazio diventa per Nolan una tela bianca in cui lasciar libera la sua immaginazione, in pianeti tutti da inventare. Là, alla fine di rotte stellari, ecco una montagna che si trasforma in onda, lasciando a bocca aperta. E poi una vastità di giacchio e ghiaccio.
L’amore tra padre e figlia (interpretati da Matthew McConaughey e Jessica Chastain) è il cuore pulsante e struggente che resiste oltre le distanze e oltre il tempo.
Mulholland drive (2001) di David Lynch
Mulholland Drive è un labirinto ipnotico in cui smarrirsi volentieri. È un film da vedere assolutamente, e rivedere e rivedere. È un rompicapo che parla a cuore, testa e inconscio, muovendosi su più piani temporali, tra sogno e realtà. Tanti gli indizi e i simboli disseminati tra mondi strani e magici: la scatola blu, la chiave, la lampada rossa, il cowboy…
Mulholland Drive è la strada di Los Angeles che costeggia Hollywood, fabbrica di sogni e incubi, di aspirazioni, compromesso e perdizione. Lynch seduce con una storia d’amore noir che è anche metafora dell’industria cinematografica, che è illusione e abisso. La colonna sonora di Angelo Badalamenti, intanto, tesse la sua danza inquieta.

Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos
Lanthimos sa stilettare. Con toni gelidi e pungenti, realizza un’originale metafora della tirannia, perennemente attuale. Un padre di famiglia, rispettato dai suoi tre figli che non hanno neanche nome, è il dittatore che manipola e dispone. I ragazzi sono confinati nel perimetro di casa, “riparati” dai pericoli del mondo di fuori.
In questa distopia corrosiva, le informazioni rilasciate ai giovani sono falsità per alimentare l’inganno. Il brano Fly me to the moon di Frank Sinatra? Diventa una canzone registrata dal nonno per decantare la vita domestica e l’obbedienza ai genitori. Gli aeroplani in cielo? Sono dei giocattolini che a volte cadono nel giardino. Un film sconcertante e intelligente, che lascia attoniti.
Madre (2009) di Bong Joon-ho
Non Parasite, film premio Oscar e comunque straordinario, ma Madre è il vero capolavoro del regista sudcoreano. Crudele e luminoso, è un giallo e un dramma che esplora il rapporto primordiale all’origine di tutto, quello tra madre e figlio. Con svolte imprevedibili e spiazzanti. Nella lotta feroce di una mamma per salvare suo figlio, emerge una domanda torbida e lancinante: quanto si è disposti a cadere in basso per difendere chi si ama?
L’estetica è raffinata e carnosa. La scena iniziale è pura poesia: gracile e maestosa, l’attrice protagonista Kim Hye-ja avanza in un campo di grano dorato, con fare smarrito. E inizia quindi un ballo che è lamento e liberazione, sulle note magnetiche di Lee Byung-woo.

La vita di Adele (2013) di Abdellatif Kechiche
L’amore di occhiate furtive e turbamento, di passione sconosciuta e perdita, è tutto in questo film intenso e viscerale. Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux sono un regalo per il cinema, a cui si danno completamente, senza reti di sicurezza.
Kechiche riprende con naturalismo esasperato e sublime il lento formarsi della loro relazione, la prima adolescente alla scoperta della sua identità, la seconda più grande e dal fascino sicuro. Dal loro primo incrociarsi per strada al primo incontro a due in un parco che rifulge di luce, dal primo bacio dolce e sussurrato all’intreccio di corpi nudi selvaggio e tenerissimo, La vita di Adele riprende l’amore (lesbico) come mai fatto prima, con verità e presa magnetiche. C’è un primo e un dopo La vita di Adele, viaggio emotivo che porta lontano. Un film da vedere assolutamente.
Nuovo cinema paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore
È per eccellenza il film dichiarazione d’amore per il cinema che si proietta nelle sale. Gli occhi affamati di pellicola del piccolo Totò Cascio e la saggezza ironica di Philippe Noiret hanno alimentato i sogni di ogni cinefilo.
Nuovo cinema paradiso è una storia d’amicizia e formazione ricca d’umanità e imbevuta della passione per la settima arte. Un classico senza tempo, simpatico e nostalgico, che oggi più che mai celebra la bellezza del cinema come arte popolare che parla alla gente, che commuove e fa ridere. È così emozionante veder sfilare i rulli cinematografici e ascoltar il tripudio partecipe del pubblico in sala!

Flow – Un mondo da salvare (2024) di Gints Zilbalodis
Film da vedere assolutamente, è una perla d’animazione senza dialoghi e voci umane. Protagonista? Un gatto nero. In un’epoca e in luoghi imprecisati, affronta l’acqua che sale e che tutto ricopre e divora. E intanto scopre il valore della solidarietà.
Tra colori magnifici, incontri emozionanti e messaggi ambientalisti, è un viaggio coinvolgente dal potere quasi metafisico, per adulti e per bambini. Una gioia per i sensi che accarezza con la sua bellezza riflessiva. È stato il primo film indipendente (e lettone) a vincere l’Oscar come miglior film d’animazione.
Il cielo sopra Berlino (1987) di Wim Wenders
Wenders sa realizzare soli grandi film, da Pina a Perfect days, da Il sale della terra a Paris, Texas. Ma è probabilmente Il cielo sopra Berlino il suo capolavoro e l’essenza del suo cinema. Lungometraggio poetico ed esistenzialista, coglie il brusio interiore dell’umanità della città tedesca.
La Berlino ancora divisa dal Muro è osservata dall’alto da due angeli che vagano invisibili, ascoltando riflessioni e turbamenti ordinari dei passanti. Un concerto di Nick Cave, un caffè caldo, una bella trapezista: la vita terrestre ha il suo richiamo sul celestiale Bruno Ganz…
Come testimonianza storica dolorosa, vediamo Potsdamer Platz, quella che era una delle piazze più belle d’Europa, ridotta a una spianata incolta tra le due ali del Muro.

Locke (2013) di Steven Knight
Coraggiosa esperienza cinematografica, è una sfida minimalista meravigliosamente vinta. Un solo attore in scena, Tom Hardy, chiuso in un’auto che sfreccia nella notte. E intanto, nei panni di un marito e padre di famiglia, rischia di mandare tutta la sua vita in frantumi per tener lontani i fantasmi del passato.
Capocantiere edile, uomo comune, è un eroe controcorrente che ammette i suoi errori e si assume le responsabilità. Costi quel che costi, anche perdere tutto. Con carisma contenuto, al telefono intanto spiega, rassicura, svela, distrugge. E mentre dà indicazioni ai suoi colleghi, per quella che sarà la più grande colata di calcestruzzo d’Europa, a sorpresa diventiamo anche noi appassionati di costruzioni.
In uno spazio molto piccolo, un’emozione enorme.
Old Boy (2003) di Park Chan-wook
Figura centrale della Korean Wave, Park Chan-wook ordisce un incubo paranoico crudo e inquietante, diventato cult. Insieme al suo protagonista dalla capigliatura arruffata, interpretato da Choi Min-Sik, ci svegliamo rinchiusi in una prigione privata, senza sapere perché. Quando ne esce, quindici anni dopo, con lui ci lambicchiamo a scovare la motivazione di simile sadismo.
Iconica la scena del ristorante in cui divora il polipo vivo in un sol boccone. Film di vendetta per antonomasia, dal forte impatto visivo e ricco di colpi di scena, brilla in tensione e brutalità.

Mommy (2014) di Xavier Dolan
Un rapporto madre-figlio viscerale, violento e dolcissimo, narrato attraverso sguardo originale e sensibile dal giovane regista canadese, nel suo momento più ispirato.
Anne Dorval interpreta una vedova che porta i suoi 50 anni con irruenza e passione. Suo figlio, che soffre di deficit di attenzione, è fuoco, urla, amore e botte. Lei lo ama come può. Lui, al karaoke, le canta Vivo per lei di Andrea Bocelli: e la commozione sgorga.
Dolan ricorre a un formato 1:1 che punta al nocciolo dei sentimenti e dei personaggi, pigiando sull’intensità. Quando le tensioni si distendono, ecco che l’inquadratura si allarga. Un film struggente. Memorabile la scena del ballo in cucina sulle note di On ne change pas di Céline Dion.
Funny games (2007) di Michael Haneke
C’è un prima e un dopo Funny games. Così come i costumi bianchi dei drughi di Arancia meccanica, con la loro aura malefica, restano nell’immaginario le polo nivee dei due giovani protagonisti, interpretati da Michael Pitt e Brady Corbet, così cortesi e così spietati. Basta il ricordo di quelle magliettine pulite per avvertire subito un senso di oppressione.
Il remake americano dell’originale austriaco, sempre per mano di Haneke, è anche più straziante del film del 1997. Merito anche di Naomi Watts e Tim Roth, vittime terrorizzate e dilaniate. Film disturbante e nichilista, è un’unghia sulla lavagna che tormenta senza consolazione. La crudeltà non ha ragioni.