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Giovani promesse: intervista a Saul Nanni

di Andrea Giordano - 1 Luglio 2020

Al di là del nome biblico, Saul Nanni è uno dei volti moderni (e da tenere d’occhio) del cinema e tv. In attesa di rivederlo in “Made in Italy”, la serie-evento sulla moda (che da Amazon Prime Video arriverà in autunno anche su Mediaset), eccolo tra gli interpreti di “Sotto il sole di Riccione”, la pellicola dal sapore estivo in onda su Netflix. Un’occasione per scoprirlo tra sogni, progetti e ambizioni.

Classe 1999, quella della Generazione Z per intenderci, eppure già proiettato nel presente-futuro che conta. Saul Nanni, promessa del cinema italiano, è un attore dalle parole calibrate e molta sostanza che, al di là del seguito social (oltre settecentomila follower solo su Instagram) figlio di quel debutto Disney in Alex & Co, sembra guardare invece con attenzione a ciò che gli accade, senza a tutti i costi voler bruciare le tappe. Un vulcano di forza e determinazione, le stesse caratteristiche che qualche anno fa lo hanno portato a spingersi verso la casa di Pupi Avati, per provare ad avere una parte. Il risultato: un ruolo da protagonista in Il fulgore di Dony, diretto proprio dal maestro bolognese, che in lui ne ha riconosciuto doti e talento. Da allora film e serie, non solo per la televisione: Non dirlo al mio capo, Scomparsa, Come diventare grandi nonostante i genitori, fino ai I ragazzi dello Zecchino d’Oro, accanto a Matilde De Angelis, «una delle attrici più forti» sottolinea, e l'ottimo Mio fratello rincorre i dinosauri. In attesa di rivederlo in Made in Italy, la serie-evento sul mondo della moda (già su Amazon Prime Video) in autunno su Canale 5, adesso è tra gli interpreti di Sotto il sole di Riccione, in onda su Netflix dal 1° luglio, con alla regia gli YouNuts, alias Niccolò Celaia e Antonio UsbergoUn omaggio alle atmosfere estive e nostalgiche di Carlo Vanzina, ma dal sapore moderno.

Nonostante il tono “leggero” del film, il tuo personaggio sa cambiare e prende coraggio.
Col tempo mi sono reso conto, nella recitazione, che tutto ciò che si allontana da me diventa una sfida ed è ciò che cerco. Questo progetto lo era, chi mi conosce lo sa, ma spesso le cose inaspettate sono quelle che ti regalano più emozioni. Marco si presenta come un ragazzo molto introverso, timido, rimane, come dire, nel suo terreno. In seguito, grazie a una serie di rapporti d’amicizia, si ritrova e riscopre, semplicemente, una parte tenuta celata. Prende consapevolezza di quello che realmente vuole.

Per te quando è arrivata veramente?
Iniziando a 13-14 anni, sembrava quasi un gioco, avevo lavorato con la Disney, collaborando con Luca Miniero (Un boss in salotto, ndr), e mi divertivo. Forse, però, ero troppo piccolo per poter pensare a quello che avrei potuto fare nella vita. Sarei ipocrita a negarlo, recitare è stato un percorso graduale e di interesse, anche se la vera svolta è arrivata proprio con Pupi Avati. Era un ruolo lontanissimo dalle mie corde, eppure per merito suo ho compreso il lato più profondo e drammatico di questo mestiere, in cui mi ci ritrovo maggiormente. Mi si è aperta una strada fatta di vene attoriali a me sconosciute e a portarmi dentro è stato un maestro assoluto, di vita e recitazione, uno capace di studiarti attraverso lo sguardo.

Parlando di riferimenti, quanti ne hai trovati durante la strada?
È un mondo che va a periodi. Un giorno ti butti a capofitto in un progetto e lo vivi al 100 per cento, e magari in quel caso c’è un produttore, un regista, le persone variano, il bello è proprio questo, non accontentarsi di quello che hai raccolto, semmai aprirti a delle conoscenze diverse. La curiosità è lo strumento migliore per completarsi ed essere migliore, come attraverso registi come Luca Lucini, e Made in Italy, dove interpreto Flavio, un fotomodello pieno di problematiche. Alla fine bisogna saper trovare persone di cui potersi fidare, è un aspetto importante se si vuole perseguire una certa crescita d’attore.

Prima della pandemia, avevi cominciato a girare per due settimane Scooter, un ‘on the road’ inedito. Ora ricomincerete.
Mi auguro molto presto. È una scommessa che non si vede da tempo, opera prima di Stefano Alpini, e condivisa con Tobia De Angeli, altro talento. La considero una storia forte, basata su due ragazzi che dopo la maturità prendono la moto e partono per la Francia andando a trovare una ragazza conosciuta l’estate prima. L’aspetto bello, qui, è aver avuto una certa libertà di poter veramente costruire quello che preferivamo, che sentivamo nostro. Non è un aspetto scontato oggi, perché più si lavora in progetti strutturati, più, giustamente, si seguono delle linee guida, ma in questo l’essere stati coinvolti anche nella produzione, cosa mai capitata, è stato davvero qualcosa di impensato.

Un viaggio capace di stravolgerti è stato probabilmente quello in America.
La California, Los Angeles. Ci ho trascorso sei mesi, ero lì a perfezionare l’inglese e presi la decisione, nonostante fossi comunque ancora piccolo, di staccare dalla parte lavorativa, e alla fine si è rivelata un’occasione ulteriore di consapevolezza. Frequentai qualche stage di recitazione, e lì ho davvero capito come si preparano gli attori, che metodo usano, vorrei tornare, magari studiando in qualche accademia, relazionandomi nel modo giusto. L’ho vissuta come una palestra di lingua e personale, e prima o poi ci tornerò, anche perché tra i sogni c’è quello di farmi trovare pronto, se capiterà, per una produzione internazionale

Da poco ti abbiamo visto tra i volti della campagna per una capsule-collection di Benetton, lì che esperienza è stata?
Veder scattare Oliviero Toscani è come avere di fronte un pittore concentrato a dipingere, lui è davvero un artista a tutto tondo. L’opportunità di poter osservare da vicino un fotografo di questo calibro, come si muove, come lavora, ti assicuro è qualcosa di incredibile, e soprattutto sono stato felicissimo di essere chiamato a far parte di questo progetto. Peraltro Benetton ha rilanciato il suo brand grazie a Jean-Charles de Castelbajac, il direttore artistico francese, diventando molto street, con una visione più colorata, giovane, “easy” dal punto di vista della comunicazione, diverso per le grafiche sui vestiti, e le bandiere. È stato il coronamento di un anno davvero intenso.

Non ci sono degli interpreti a cui guardi come esempio?
A seconda di come uno cresce, certo ce ne sono molti. Penso a Luca Marinelli, Alessandro Borghi, gli ammiro la versatilità, perché è quello che vorrei fare nella vita, essere tutto (ride, ndr) e da questa prospettiva non mi muovo. Spaziare in ruoli differenti: quello è recitare, portare qualcosa che non sei tu, ed essere credibile.

Da qualche tempo ti sei trasferito a Milano, dove hai comprato casa e hai iniziato l’università. Come mai questa decisione?
Mi sono iscritto alla Cattolica, facoltà di Linguaggio dei Media, comunicazione e pubblicità, indirizzo Cinema e Audiovisivi, era perfetta e nelle mie corde. Lo studio mi completa, come dire, adesso sono in pari con gli esami, magari ci metterò di più, ma lo vedo come un modo per crearmi ulteriormente un bagaglio culturale più profondo, rendendomi conto soprattutto che dietro al cinema c’è un universo parallelo. Sentivo il bisogno di poterlo conoscere a pieno. Milano è una città che amo e in cui mi trovo bene, non è detto che finito il percorso accademico decida di andare a Roma.

Bologna rimane nel tuo cuore, però.
In tutti i sensi, anche come tifoso rossoblu, tra l’altro spesso sono a casa con i miei genitori, gli amici, quando posso torno. Bologna, in confronto alle altre città, è molto più piccola di quella che sembra, è a portata di mano ecco, e quelle radici me le porto addosso da sempre.

Che lezione ti porti da lì?
Testa sulle spalle. Il mio mestiere è molto veloce, la strada è lunga, ci sono momenti in cui lavori tanto, altri dove devi attendere, la sfida è viverli comunque attraverso la propria passione, quella fa la differenza, finché rimane vuol dire che avrò qualcosa da dire.

Cresciuto a pane e cinema: a chi lo devi?
Ai miei genitori, loro sono medici, un ambiente completamente diverso. Eppure, ricordo, c’era la saletta nella quale radunarsi, lì, a 10 anni, ho visto i film di Kubrick, Spike Lee, Woody Allen, era il nostro modo di stare insieme, una forma di rituale. In quelle proiezioni mi sono appassionato in modo (in)conscio al cinema, tanto da prenderne sempre più ispirazione, guardando, assimilando il più possibile serie, film. Cinque mesi fa ho preso una decisione, quella di prendere appunti, scrivere due pensieri, parole, sulle note del mio cellulare, per non dimenticare il primo impatto, ed è una bellissima soddisfazione. Così ho creato la mia libreria, dove rileggo le impressioni, su un titolo, o un autore, è un bagaglio per poter massimizzare, senza essere vaghi, quello che vedo, ne vado molto fiero. Alla fine mi sono reso conto che il regista che amo maggiormente è Martin Scorsese!

Non ti piacerebbe provare il confronto dietro la macchina da presa?
Partiamo da una premessa: leggo tanto, e questo in qualche modo mi ha aiutato a maturare un altro sogno, la regia. Mi affascina molto, ogni tanto ci penso quando mi capita un libro interessante. Recentemente è successo con Narciso e Boccadoro di Herman Hesse, più andavo avanti, più mi sembrava di vedere materializzarsi una sceneggiatura. C’è un mondo dentro la scrittura, che ancora non conosco pienamente, ma sarebbe intrigante provare a entrarci.

Una curiosità riguardo al tuo nome biblico: chi prese davvero la decisione di dartelo?
Fu mio padre, lo colpì la storia di Paolo di Tarso, in origine nato Saulo, canonizzato come San Paolo apostolo. Così, gli venne un lampo, e riuscì a convincere mia madre! Proseguendo anche dopo, con mio fratello, Gioele, poi per la sorellina, invece, hanno rotto la catena, lei si chiama Aurora (sorride, ndr)

Che rapporto hai con loro?
Ottimo, il vero genio di casa è Gioele, è un musicista, ha orecchio assoluto per qualunque cosa, io devo purtroppo accontentarmi di saper strimpellare un po’ la chitarra, da poco l’ho ripresa in mano. Però, se devo essere totalmente sincero, sono innamorato del jazz, quindi qualora volessi lanciarmi seriamente su uno strumento, sarebbe a fiato, il sax o la tromba, ma arriverà pure quello, bisogna solo farlo nella maniera migliore.

L’unicità è la chiave allora per poter far la differenza?
Quando si prova a non seguire le masse e ad essere se stessi è lì che si può diventare veramente unici, sì, e se accade si nota, si vede. Io ho sempre cercato di vivere secondo il mio pensiero, senza mai farmi influenzare, questo fin da piccolo, ragiono molto su ciò che vedo e mi circonda. Sicuramente più si è unici e più ci si può esaltare in tutto. Un po’ alla volta, questo è il motto della mia vita.

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